Estate 2026

Lo scrive molto bene p. Maurizio nel suo secondo articolo dedicato a san Francesco in questo anno speciale degli 800 dalla sua morte.
Ai turisti che sono saliti a Borno propongo allora l'invito a vivere le bellezze delle nostre montagne come un dono da custodire e da tramandare: anche questo è un modo per vivere il Vangelo e testimoniare l'amore che Dio ha per noi.
Questo numero di Cüntòmela è speciale perché a settembre salutiamo don Stefano dopo sei anni di vita vissuta fra noi e dedicata in particolar modo ai più giovani. Una nuova esperienza lo aspetta a Darfo e noi lo accompagniamo con la preghiera e con le testimonianze che pubblichiamo nelle pagine 10-14. Le fotografie ci ricordano i momenti belli trascorsi in mezzo a noi nella vita liturgica ma anche in tante occasioni gioco e di svago. Il tutto faccia uscire dai nostri cuore un grazie profondo a lui per il bene che ha seminato nelle nostre comunità. Sia lodato nostro Signore per la bellezza della sua vocazione di servizio e di dono.
Nello stesso tempo accogliamo con gioia don Andrea il nuovo curato, come famigliarmente si usa dire nelle nostre comunità per colui che dal vescovo è stato nominato “vicario parrocchiale”. A lui abbiamo chiesto di presentarsi e di raccontarsi in attesa che diventi parte della comunità con un compito e servizio speciale. Fin d’ora diamo a lui un gioioso benvenuto con il desiderio di conoscerlo di persona e di percorrere insieme a lui un tratto di strada. Sia Lodato il Signore per il dono che ci fa dei suoi ministri come compagni di viaggio.
Non mancano come di consueto le pagine dedicate all'approfondimento della nostra fede: questo tempo di svago e di riposo può essere una buona occasione per fermarci e pensare un poco anche a questo aspetto della nostra vita.
Approfitto allora per segnalarvi che nella settimana clou dell'estate dall’11 al 15 la parrocchia propone una serie di appuntamenti sia di preghiera che di svago.
Inizieremo con la celebrazione delle Quarantore per sostare davanti al Santissimo e pensare un po' alla nostra vita nell'ottica della fede. L'11 e il 14 abbiamo pensato a due serate davvero speciali: La Divina Commedia e la lettera di un giovane prete diventano la strada per raccontare l'amore di Dio per noi attraverso il canto e la musica.
Nel trovarci ogni domenica attorno all’altare del Signore e nel vivere la solennità di Maria Assunta in cielo, il nostro sguardo e la nostra lode si innalzino affinché la nostra Magnifica Umanità possa concretizzarsi nel nostro oggi. Non lasciamo inquinare il nostro cuore dal male, ma facciamolo diventare un vero canto di lode per e con tutte le creature
Buon cammino e buona estate a tutti!
Vostro don Paolo

Card. Giovanni Battista Re
Impegnarsi per la costruzione di una società più umana e più fraterna in questa svolta epocale della storia e affrontare con responsabilità le sfide nel tempo dell’intelligenza artificiale sono l’accorato appello che il Papa ha rivolto a tutti con la recente enciclica Magnifica humanitas.
È un’enciclica che si pone nel solco vivo dei grandi documenti del magistero pontificio nel campo della Dottrina Sociale della Chiesa, applicandola alla realtà di oggi ed esaminando con profondità le grandi sfide del nostro tempo, caratterizzato da grande progresso tecnologico che la generato l’intelligenza artificiale.
Con questa Enciclica la Chiesa arriva al momento giusto in merito alla riflessione del nostro tempo sul tema dell’intelligenza artificiale.
Le pagine che hanno attirato maggiormente l’interesse dei lettori sono quelle dedicate all’intelligenza artificiale (capitolo terzo), la quale rappresenta un punto di svolta della storia dell’umanità, come e forse più di quanto furono l’invenzione della ruota, della stampa, dell’elettricità, del telefono... Si tratta di una conquista tecnologica ricca di grandi potenzialità, ma che contiene anche notevoli rischi. Segna un grande progresso per l‘umanità, ma solo a patto che sia usata con coscienza e senso di responsabilità, e, quindi, con un buon regolamento etico, altrimenti può diventare una grave minaccia per la fragile e magnifica umanità.
Occorre pertanto che l’intelligenza artificiale rispetti la dignità umana e serva davvero il bene comune delle persone e dei popoli, evitando con determinazione il pericolo che l’umanità diventi vittima delle sue stesse conquiste.
Il Papa analizza nei vari aspetti ciò che l’intelligenza artificiale comporta per l’uomo e per il mondo, in questo tempo segnato da trasformazioni rapide e profonde, cariche di responsabilità.
È importante avere ben chiaro che l’intelligenza artificiale non va equiparata all’intelligenza umana. L’intelligenza artificiale imita varie funzioni dell’intelligenza umana, superandola per velocità e per ampiezza di calcoli, ma questa potenza è legata esclusivamente alla straordinaria capacità di trattamento dei dati. Le intelligenze artificiali non vivono un’esperienza, non hanno una coscienza morale, non giudicano se è bene o male, non assumono su di sé il peso delle conseguenze, non hanno cuore né desideri. Possono imitare linguaggi, valutazioni, comportamenti, ma non capiscono ciò che producono. Non conoscono dall’interno ciò che significa amore, amicizia, coscienza morale e cuore. Non provano emozioni.
In breve, si può dire che l’intelligenza artificiale è un traguardo dell’ingegno umano di cui l’umanità deve essere fiera, perché è un aiuto prezioso, ma in pari tempo richiede un approccio sobrio, saggio e vigile. I vantaggi in termini di efficienza sono consistenti in vari campi e le potenzialità di miglioramento di alcuni servizi sono evidenti, ma i rischi sono gravi, in particolare circa la verità, la giustizia e la libertà.
Non dobbiamo attribuire alle macchine caratteristiche che appartengono soltanto agli esseri umani. Le macchine sono strumenti potenti nell’elaborazione di dati e di testi con velocità strepitosa, ma non comprendono il significato di ciò che fanno. È doveroso restare profondamente umani.
Occorre farne un uso che rispetti sempre la dignità umana e il bene comune. Dobbiamo guardare alla tecnica con fiducia, ma anche con vigilanza, perché non venga mai meno la grandezza della persona umana, e non si perda la libertà di usare strumenti potenti senza esserne dominati. Non dobbiamo abdicare alla nostra umanità, fragile e magnifica.
La crescita del potere umano esige una crescita di maturità nel governarlo.
L’intelligenza artificiale tocca molti ambiti della nostra vita e incide su decisioni che modellano la coesistenza umana, in questo nostro tempo in cui la cultura della potenza penetra nella società, modifica relazioni e comportamenti e giunge perfino a riabilitare la guerra come strumento di politica.
Inoltre l’intelligenza umana sta cambiando drammaticamente anche la modalità di conduzione della guerra, con un sistema d’armi sempre più autonomo e di una potenza tragica, che porta ad orrori impressionanti per la ferocia disumana, con attacchi contro i civili, distruzione di case, di ospedali, di scuola, di infrastrutture per servizi sociali…
Con lucidità il Papa condanna la guerra e combatte l’opinione che la guerra sia inevitabile. Con forza invoca la pace. Ribadisce che il principio del ricorso alla forza armata debba avvenire soltanto come ultima risorsa in caso di legittima difesa e che negli altri casi occorre superare la teoria della guerra giusta, risolvendo invece i contrasti col dialogo, con la diplomazia e col perdono. La guerra è sempre per ambedue le parti contendenti una perdita, un fallimento che provoca morti, distruzioni e cancellazione di civiltà.
Ciascuno poi, nel proprio ambito di azione, è chiamato a prendere posizione contro la logica della forza, la cultura del potere e la legge del più forte, ed a cercare con decisione vie di pace praticabili.
Il Papa chiama ad un risveglio delle coscienze e, riprendendo una felice espressione di Papa Paolo VI, indica la strada da seguire, invitando a impegnarci seriamente nel costruire la civiltà dell’amore. Il mondo ha bisogno di un nuovo umanesimo, fondato sulla civiltà dell’amore e della fratellanza, che guarda al futuro con occhi nuovi rispetto a quello della cultura del potere, dei contrasti, delle polarizzazioni politiche, che caratterizzano purtroppo la nostra società.
Al riguardo ricorda che tutti dobbiamo fare la nostra parte, perché la civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di piccole tenaci fedeltà, che fanno argine alla disumanizzazione e si impegnano nella ricerca del bene e della vera pace fondata sulla giustizia con un cuore che ama la verità, sforzandosi di costruire convivenze più fraterne e rispettose di tutti.
Le ultime parole dell’enciclica sono un’invocazione alla Madonna perché accompagni i nostri passi e custodisca in noi la fiducia nel Vangelo, così da essere tessitori di speranza e protagonisti della bellezza di una magnifica umanità creata da Dio.


Emilia Pennacchio
All'indomani dell'uscita della prima enciclica di papa Leone, siamo stati sommersi da post sui social, da approfondimenti in tv, da articoli sui giornali. Tutto il mondo è stato informato della sua pubblicazione. Ancora di più perché il tema dell'intelligenza artificiale – di cui in larga parte l'enciclica tratta – è tema attualissimo e necessita di opportune letture e “salvagenti”. (vedi art. Cardinale Re).
Accolta con plausi – anche trasversali – più o meno tutte le penne autorevoli ne hanno scritto. Qualche giorno fa, fra i tanti articoli che mi sono apparsi sottomano, ne trovo uno che mi ha incuriosito.
Cito: “... qui comincia la domanda più leale: a che cosa serve un’enciclica giusta, se l’epoca cui si rivolge ha perso l’abitudine di trasformare le cose giuste in cose fatte? ... Leggere un testo che descrive bene un problema procura sollievo, e quel sollievo suggerisce che, avendo capito il problema, lo stiamo già affrontando. Capire e affrontare restano due cose distinte, e l’iperinformazione è abilissima nel confonderle. Trovare l’enciclica profonda, condividerne un passaggio, sentirsi tra quanti «hanno capito»: tutto regala la sensazione di aver agito, mentre si è pur consumato un contenuto che parla del non agire.” Un’enciclica giusta, letta e ammirata ma non attuata, diventa parte di quel processo di cui tutti inconsapevolmente siamo rimasti vittime. L'autore dell'articolo lo chiama lento scivolamento. Banalmente: non ricordiamo più i numeri di cellulare, perché la rubrica del telefonino si è sostituta al nostro sforzo mnemonico. È “il cambiamento che si produce senza che nessuno lo decida, per accumulo di micropassi troppo piccoli per essere notati uno per uno. Esso investe la memoria che deleghiamo, l’attenzione che si accorcia, la capacità di restare dentro un problema senza cercarne soluzione immediata e, soprattutto, il senso di ciò che siamo, ridotto a una metrica di quanto riusciamo a produrre.” Sono tanti piccoli passi che ci fanno sentire dalla parte giusta mentre continuiamo a camminare nella direzione sbagliata! “Attuare l’enciclica, al livello più piccolo, significa leggere stasera una fiaba a un bambino, con il telefono in un’altra stanza, senza una voce sintetica al posto nostro. Scegliere il gesto di una persona, con tutta la sua stanchezza, contro la versione ottimizzata del medesimo gesto. Leggere l’enciclica e non leggere poi la fiaba è esattamente lo scivolamento; saltare invece l’enciclica e leggere comunque la fiaba è già più vicino paradossalmente a ciò che il documento davvero chiede.” Tanti piccoli passi ci hanno condotto, quasi senza accorgercene, a delegare agli algoritmi elaborati dai microchip la nostra presenza, la nostra fatica nel tentare di esserci l'uno per l'altro.
Magnifica Humanitas, semplificando all'osso, ci invita a provare a farne altrettanti nella direzione opposta. Magari cominciando dal leggere con la nostra voce probabilmente stanca, dopo una giornata di lavoro dove ci hanno chiesto solo di essere performanti, una favola a nostro figlio, o a nostro nipote. Apprezzeranno la nostra fatica e pian piano capiranno che l'esserci, pur con in nostri limiti ed intoppi, è meglio che delegare a una macchina che spiega tutto ma ha l'empatia di un palo e non capisce niente!

P. Maurizio Golino
Tutti conosciamo il Cantico delle creature composto da san Francesco. Lo abbiamo cantato in varie forme nelle liturgie, lo abbiamo studiato a scuola come primo scritto della lingua italiana ancora in fasce, il “volgare”, la lingua parlata dalla gente. Francesco compose anche le musiche di questo poema perché desiderava fosse cantato da tutti e così imparato e interiorizzato.
Papa Francesco nell’Enciclica «Laudato sì» cita spesso san Francesco d’Assisi. Lo scritto prende il titolo proprio dal suo Cantico. Una delle citazioni più illuminanti è quella che troviamo al n. 12 “D’altra parte, san Francesco, fedele alla Scrittura, ci propone di riconoscere la natura come uno splendido libro nel quale Dio ci parla e ci trasmette qualcosa della sua bellezza e della sua bontà: «Difatti dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si contempla il loro autore» (Sap 13,5) e «la sua eterna potenza e divinità vengono contemplate e comprese dalla creazione del mondo attraverso le opere da lui compiute» (Rm 1,20)”.
L’Enciclica mette in rapporto chiaro san Francesco con la natura. Si sottolinea quello che oggi si dice su san Francesco, cioè che egli viene conosciuto innanzitutto come protettore della natura, dell’ambiente, del creato.
Ma leggendo gli scritti e le biografie, si nota che Francesco non si impegnava direttamente per salvare la natura e non si rendeva suo protettore: infatti, al suo tempo la natura non era in pericolo; non veniva sfruttata da un progresso sfrenato ed irresponsabile, come succede spesso oggi. Francesco, prima di tutto, amava Dio. Da quest’amore nasce anche l’amore per tutto quello che Iddio buono ha creato: tutto è creazione del Padre celeste, tutto dà gloria al Padre. Perciò, non solo l’essere umano, ma anche tutto il creato è sorella, fratello, madre.
Francesco amava le creature in quanto esse rimandavano al Creatore che aveva fatto tutto ciò che esiste per rendere felice l’uomo, affidandogli la vocazione di coltivare e custodire (Gen 2,15), quindi facendolo collaboratore della sua bellezza. Se ci priviamo di questa logica del dono ci troviamo ad essere padroni e non più custodi e questo nella Scrittura è sempre stato un problema, perché ha a che fare con le tentazioni del Nemico a cui lo stesso Gesù di Nazareth è sfuggito: Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai (Mt 4,9) dice Satana a Gesù nel deserto mostrandogli tutti i regni della Terra. È sempre stata la tentazione dell’uomo e lo vediamo nella “terza guerra mondiale a pezzi” citata più volte da Papa Francesco. La cultura del dono ci preserva dal possedere, dall’avidità, dall’egoismo e dall’autodistruzione che tutto questo produce.
LA BELLEZZA
Per il Santo di Assisi la bellezza del creato è legata alla mistica, alla vita spirituale. Come Francesco riconosce questa bellezza? Nelle qualità di ciò che contempla: il sole è luce raggiante ed è simbolo dello splendore divino, il fuoco è forte e robusto, l’acqua umile e casta, la terra è madre e come madre ci nutre.
Oltre a tutto questo egli riconosce nelle creature la capacità di lodare il Creatore. Spesso invitava gli uccelli ad unirsi col canto alla sua preghiera di lode e di ringraziamento; essi gli ubbidivano e pregavano con lui unendosi al suo canto con il proprio. L’uomo contemporaneo ha perso questa capacità, prega poco, prega meno e la sua vita spirituale si è inaridita rendendo difficile riconoscere la presenza di Dio in tutte le cose, togliendo la sacralità che invita al rispetto, all’adorazione. Ma ancora ci commuoviamo davanti ad un tramonto, al panorama visto dalla cima di un monte, dall’eterna poesia dell’arcobaleno. Nulla è perduto, abbiamo bisogno di essere formati a tutto questo, di rinascere ancora per tornare alla nostra vocazione originaria: coltivare e custodire.
Francesco ci invita a rivolgere lo sguardo al cielo, dove dimora Dio. Nel Cantico di Frate Sole egli continuamente loda il Signore per tutto ciò che ha creato. Senza questo sguardo di stupore il Creato cessa di essere bellezza e si riduce a materia da usare, sfruttare, consumare.
LA RIVOLUZIONE
Non è un discorso bello e poetico quello di San Francesco, ma una rivoluzione anche politica ed economica perché nel termine creature sono compresi i fratelli e le sorelle che vivono nella Terra. Egli si prese cura dei lebbrosi e capì che quella era la via della felicità, così scrisse nel Testamento. L’uomo non è felice per quello che ha, ma quando sente che la propria vita è utile, è un bene per gli altri!
L’ecologia, perciò, non riguarda solo la creazione naturale ma tutte le creature, le persone che ti sono accanto, anche i lontani, i possibili nemici. Ancora una volta fu la contemplazione di Gesù a guidare Francesco. Il Maestro di Nazareth ha infatti insegnato: Amate i vostri nemici (Lc 6,27) e Francesco capì che la via della pace passa per l’amore, non quello umano, ma quello di Cristo che lo Spirito ha posto in noi nel Battesimo. È ancora papa Francesco a ricordarcelo nell’Esortazione apostolica Gaudete ed Exsultate: “è Cristo che ama in noi, perché «la santità non è altro che la carità pienamente vissuta». Pertanto, «la misura della santità è data dalla statura che Cristo raggiunge in noi, da quanto, con la forza dello Spirito Santo, modelliamo tutta la nostra vita sulla sua»”. (GE 21). Possiamo riconoscere questo nella vita di san Francesco quando incontra i briganti a Montecasale e per loro organizza un banchetto sull’erba. Abituati ad essere odiati e temuti dalla gente alcuni briganti, stupiti da questo affetto gratuito, divennero mansueti e alcuni addirittura frati.
Anche nell’episodio del Sultano possiamo riconoscere l’amore di Francesco per tutti. Era in corso la V Crociata (1219), migliaia di giovani erano morti in battaglia e per le malattie tropicali. Francesco chiese di incontrare il sultano Melek el Kamil e stette con lui alcuni giorni a parlare di Dio. Divennero amici e il saltano firmò un accordo di pace e donò in segno di amicizia a Francesco un corno d'avorio tuttora conservato ad Assisi nella Basilica che porta il suo nome. L’amore per il creato genera ponti, costruisce la pace.
LA CONTEMPLAZIONE
Ma come è possibile giungere a questo per l’uomo contemporaneo così smarrito e disorientato? La via di Francesco è la contemplazione di Cristo Crocifisso. Ogni giorno egli sfogliava il libro della Croce e spesso in questa meditazione scoppiava in pianto perché “l’Amore non è amato”.
Ancora papa Francesco ci aiuta a concretizzare in modo francescano la nostra vita: «è la contemplazione del volto di Gesù morto e risorto che ricompone la nostra umanità, anche quella frammentata per le fatiche della vita, o segnata dal peccato. Non dobbiamo addomesticare la potenza del volto di Cristo» (GE 151).
Per un cristiano, per ogni persona la salvezza del mondo passa attraverso la spiritualità che ci aiuta a riconoscere la nostra dignità di collaboratori di Dio e non di padroni del suo gregge, della sua vigna e della sua salvezza. Non per caso l’amore per il creato unisce tutte le religioni.
Oggi è possibile questa conversione ecologica? San Carlo Acutis innamorato di san Francesco fino al punto da desiderare di essere sepolto nella sua città, scriveva che la conversione è un semplice movimento degli occhi, dall’io a Dio. Se torniamo a vedere Dio e a vedere tutto con lo sguardo di Dio, a cercare Dio in tutte le cose e nelle persone questo sarà possibile per ciascuno di noi. Questa conversione dello sguardo passa per il cuore e ci aiuta a ritrovare lo stupore di Adamo prima del peccato, a vedere la bellezza che abita tutta la creazione: un tramonto, un cielo stellato, una nuvola passeggera, una vetta immacolata, lo scodinzolare del nostro cane, la bellezza di uno sguardo, la particolarità di un volto, la poesia commovente di una lacrima o di un sorriso.
Ci sono molte esperienze che possiamo fare: la coltivazione di un orto ci insegna a prenderci cura, ad attendere il frutto del nostro lavoro a vedere la vita che lentamente cresce e non il prodotto finito, confezionato, pronto al consumo. La stessa esperienza possiamo farla con i fiori. Seminare, piantare, attendere, curare e contemplare. I bambini che hanno animali domestici sviluppano un’affettività maggiore, soprattutto con i cani, e imparano ad educare, ad ammansire e a dover rispondere responsabilmente alle esigenze dell’animale.
Un’altra esperienza bella da fare è il bosco: il bosco è un’unica creatura, non un insieme di piante! È un equilibrio di fraternità e di aiuto reciproco. Le piante distribuiscono le sostanze necessarie alla vita agli arbusti più giovani, le loro chiome possenti proteggono gli alberelli che rischiano di seccare al sole cocente del mezzogiorno.
Oggi la spiritualità sta recuperando finalmente il suo legame con il bellissimo libro della Creazione, dove Dio ci rivela la sua tenerezza e si è ripreso a sfogliarlo e a rimanerne stupiti, affascinati e a scoprire che la voce di Dio risuona nella Creazione con maggiore forza.



Don Rosario Verzeletti
Il 15 agosto nella chiesa si celebra la solennità di Maria Vergine Assunta in cielo in anima e corpo. È una verità di fede da credere, da contemplare, da vivere con devozione cristiana nella liturgia della chiesa, nella preghiera fervente di ogni cristiano e di tutto il popolo di Dio. Fintanto che la madre è rimasta sulla terra, è stata un essere umano che cercava di operare secondo gli intenti del Figlio Gesù. A partire dal momento dell’Assunzione in cielo, Ella ottenne la facoltà di poter compiere, senza limitazione alcuna, ciò che il Figlio desidera. Ella protegge, prega, custodisce in sé l’amore di Dio che effonde su chi la invoca e a lei ricorre in piena fiducia.
Ho letto tempo fa un’invocazione a Maria fatta da san Dionigi che condivido volentieri: “Io desidero che la tua immagine, Madre di Dio, si rifletta sullo specchio dell’anima e la conservi pura sino alla fine dei secoli. Rialzi coloro che sono curvi verso terra e doni la speranza a coloro che considerano e imitano l’eterno modello di bellezza che sei tu, o Vergine Assunta nella gloria di Dio”.
MARIA ASSUNTA È MADRE DI GESÙ
“Nel cielo apparve un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul capo una corona di dodici stelle. Essa partorì un figlio destinato a governare tutte le nazioni della terra (Ap. 12, 1-5).
“Ella diede alla luce il suo Figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoria, perché non c’era posto per loro nell’albergo” (Lc. 2, 3-7).
Come Madre di Dio Ella ci insegna il valore dell’accoglienza del suo Figlio, che ci chiede di riconoscerlo nei fratelli e nelle sorelle, perché tutta la nostra vita sia abitata da Dio che è venuto fra noi.
MARIA È MADRE DI SPERANZA
Papa Francesco, nell’Anno Santo appena vissuto, ci ha invitato a supplicare la Madonna come “Madre di Misericordia e di Speranza”. La Madre del Signore, con la virtù dello Spirito Santo, ci aiuta a conservare integra la fede, solida la speranza, sincera la carità. Ci protegge e ci accompagna in piena fiducia in Cristo, perché la nostra speranza mai sia vana anche nei momenti difficili e di prova che si possono incontrare. In lei troviamo fiducia e serenità di vita. Anche il poeta Dante nel canto del Paradiso della Divina Commedia innalza alla Vergine Maria un inno di lode e dice: “Tu tra i mortali sei di speranza fontana vivace”.
Attingiamo tutti e sempre a questa fonte perenne di grazia e di bontà. Il papa San Giovanni Paolo II in un discorso sulla Madonna ebbe a dire: “Maria precede, nel pellegrinaggio della fede, tutto il popolo di Dio, tutti i credenti, ci guida, ci precede la pienezza della sua fede e della vita divina. Ma questa pienezza in Lei è materna e per ciò stesso è aperta e incredibilmente aperta. La Madre non vuole tenere nulla per sé, vuole donare tutto. Eccola, Madre di Speranza!” La speranza diventa per noi meta di felicità, di serenità e di pace.
MARIA, DONNA DEL MAGNIFICAT
Così la definisce papa Leone XIV nell’enciclica Magnificat Humanitas: “E’ Lei che nel Magnificat rivela il disegno trasformatore dell’economia cristiana, il risultato storico e sociale, che tuttora trae dal cristianesimo la sua origine e la sua forza». (n. 224)
Con la stessa fede di Maria, diventiamo tessitori di speranza nel nostro mondo, condividendo ciò che siamo e ciò che abbiamo, così che la presenza di Gesù cresca in mezzo a noi e prenda forma il suo Regno. Affido questo desiderio alla Madre di Cristo, alla donna del Magnificat, perché accompagni i nostri passi nel presente che cambia e custodisca in ciascuno di noi la fiducia nel Vangelo, così che possiamo testimoniare la bellezza di una magnifica umanità abitata da Dio. (n. 245). La Vergine Maria nella Gloria di Dio accompagna e protegge la Chiesa e l’umanità.
MARIA È NOSTRA MADRE
Il Concilio Vaticano II, nella costituzione “Lumen gentium” ai n. 61-62 parla della Madonna come Madre di Cristo, Madre della Chiesa, Madre nostra: «La Beata Vergine Maria, concependo Cristo, generandolo, nutrendolo, presentandolo al Padre nel tempio, soffrendo assieme al Figlio morente sulla croce, cooperò in modo tutto singolare all’opera del Salvatore con l’obbedienza, la fede, la speranza e l’ardente carità per restaurare la vita soprannaturale della anime. Assunta ivi in cielo con la sua molteplice intercessione, continua ad ottenerci le grazie. Con il suo materno amore si prende cura dei fratelli del Figlio suo che sono ancora pellegrini e posti fra tanti pericoli e affanni, fino a che non siano condotti nella Patria Beata.» Perciò la Vergine Maria viene pregata nella chiesa come ausiliatrice e Madre Nostra. Questa funzione di Maria, la Chiesa la sperimenta continuamente e la raccomanda ai fedeli perché, sostenuti da questo materno aiuto, siano più intimamente congiunti con Cristo Redentore, suo Figlio.
In quanto Madre è bene che sorgano in noi, suoi figli, alcuni impegni spirituali.
CONOSCERE - La conoscenza della Madonna va sempre coltivata, accresciuta, vissuta e testimoniata. Facciamoci aiutare in questo dalla lettura della Bibbia, soprattutto del Vangelo, dagli scritti del papa, dai documenti della Chiesa, dalle tante riflessioni marinane. Lo scrittore Kempis al riguardo scrisse: «De Maria numquam satis», di Maria non sappiamo mai a sufficienza, in quanto abbiamo bisogno di saperne sempre di più.
VENERARE - La Madonna va venerata fino a giungere alla contemplazione della sua bellezza. La venerazione diventa preghiera. Maria col Magnificat insegna a leggere la storia dalla parte degli umili e dei piccoli, di coloro che rischiano di restare invisibili. La preghiera diventa forza di discernimento e sostegno dell’impegno fattivo dei cristiani, speranza che orienta all’edificazione della civiltà dell’Amore.
AMARE - Amare la Madonna significa esprimere una devozione profonda e autentica. San Bernardo era molto devoto a Maria ed era solito dire «sul far della sera entra nella tua casa, chiudi la porta, apri la finestra, osserva il cielo, guarda una stella e invoca Maria». Ella ti protegge, ti custodisce con amore, porta la tua preghiera al Signore, trasforma in sorriso le tue lacrime e ti è vicina in ogni tua prova. Per questo è lodevole la recita del s. Rosario.
IMITARE - Maria è la Vergine del silenzio, dell’ascolto, della preghiera, del dono e dell’amore. Imitandola ci può aiutare a vivere il 15 di agosto non solo come giorno di svago di Ferragosto, ma anche e soprattutto come festa a lei dedicata: Lei che ci ha donato suo Figlio che ora possiamo incontrare e ricevere nell’Eucarestia della Messa. Assunta in cielo Ella ci invita a elevare la nostra vita alle realtà spirituali che siamo chiamati a ricercare, a vivere e a praticare in forza del Battesimo.


Il saluto o l’addio sono parole che non fanno parte del mio bagaglio, e la considerazione che provo a fare al termine di questi anni vissuti insieme, è lo sguardo che vedo ora e lo sguardo delle persone che ho avuto il piacere di incrociare e di amare.
È significativo fermarsi un momento è ammirare il paesaggio, unico nel suo genere. Si scorge il rumore e il canto di animali e persone, movimento e silenzio allo stesso tempo. Tutto questo mi ha regalato l’Altopiano con le sue comunità, estremamente legate alla propria storia, anche se a volte il rischio è di perderla, specialmente la storia di fede ultra millenaria che ci hanno consegnato i nostri antenati, e che ho cercato, a mio modo, di trasmettere, specialmente alle future generazioni.
Solo il tempo e la perseveranza porteranno frutti maturi, nel frattempo lo sguardo che incrocio è quello dei sacerdoti che hanno vissuto con me questo tratto di strada sacerdotale e di servizio. Grazie per la speciale fraternità vissuta insieme, con una capacità di sguardi che risulta famigliare e speciale.
Grazie a don Paolo che mi ha accolto fin da subito con grande amore di padre. Non dimenticherò mai la sua squisita delicatezza e attenzione al mio “stare bene” nei primi passi del presbiterato. Grazie a don Raffaele, a don Cesare e a don Angelo, sempre per me di supporto per le mie esigenze emerse, spero di essere stato anch’io capace di aiuto qualora ci fosse stato bisogno. A voi augurio di continuare la fraternità per sostenersi ogni giorno della vostra vita.
Grazie a sua Eminenza Cardinale Giovanni Battista per la stima e l’attenzione nei miei confronti, in questi anni ho sentito una particolare stretta di mano che mi ha aiutato a migliorare. Grazie ai sacerdoti originari di questa terra, anche loro mi hanno spronato a fare sempre meglio e a migliorare. Grazie agli amici frati dell’Annunicata per la loro direzione umana e spirituale.
Con tutti abbiamo insieme percorso un bel pezzetto di strada, a volte in salita, a volte in discesa, ci siamo costruiti gambe giuste per percorrerla qualunque essa sia. Ricordare l’inizio e il futuro è qualcosa che mette i brividi, ma è anche molto gratificante sentire da tutti espressioni di gioia e di tristezza allo stesso tempo per questo cambiamento. Sono sicuro che don Andrea, al quale va tutta la mia stima e amicizia, saprà portare avanti le tante esperienze vissute e condivise. Il vostro compito, abitanti dell’Altopiano è di custodirlo nei primi passi da sacerdote di Cristo, cosi come avete fatto con me.
Un grande CIAO a tutti i bambini e ragazzi che in questi anni hanno condiviso con me un pezzetto di strada. Pensare a ogni volto è per me straordinario, non me ne dimenticherò. Grazie, grazie, grazie a tutti grandi e grandissimi: mi avete accolto e aiutato nei momenti di necessità, nella condivisione e nella pratica della vita, in un aiuto che spero possa essere stato contraccambiato dalla mia povera persona in qualche modo.
Ho sempre detto da quando sono qui, che i miei difetti sono molti, spero comunque di aver dato qualcosa a tutti. Spesso dicevo di “usare il curato” per quello che serve veramente: una spalla dove poter confidare, un consiglio spirituale da domandare, una figura di aiuto nella crescita e nella formazione; qualcuno ha osato approfittarne e ha fatto la scelta giusta. Questo è lo stile del servizio che mi piacerebbe avere sempre anche nel futuro che mi aspetta.
Quello che ho cercato di trasmettere è stato sempre tutto rivolto verso l’alto, per Dio altissimo e per i fratelli, ammetto di non esserne stato sempre all’altezza, spero comunque che qualcuno abbia riscoperto, o arricchito o rinsaldato la propria fede: solo essa ci salverà nell’eternità.
Non mi piace elencare le cose fatte, mi piace ricordare le persone con le quali si sono vissute con tutti voi vicini e lontani, credenti e non. Avete arricchito la mia vita sacerdotale portandomi al sacerdote che sono ora, sperando di crescere ulteriormente e arrivando ad un pizzico di santità, alla quale tutti siamo chiamati, per la vita a Dio e per i fratelli. Non lasciamo cadere nulla, ma continuiamo a sostenerci nella preghiera, confidando in tutte quelle persone che ogni giorno condividono la messa quotidiana, offrendo la loro preghiera per il bene delle comunità.
Un CIAO tutto particolare a Pierina e Giacomina che sono state per me amorevoli tifose e sostenitrici. Non lo dimenticherò mai, così come i tanti ragazzi ora giovani che hanno vissuto con me l’amicizia, la cosa più bella e importante. E ricordatevi che la santa messa domenicale è il momento più determinante della vita del cristiano, chi ne fa parte con il cuore ha una marcia in più.
Una marcia in più l’hanno avuta tutti i volontari dell’oratorio che fanno del bene a tutti, gratuitamente, senza ricevere nulla, solamente amore e amicizia genuina, a tutti un particolare abbraccio e un grazie affettuoso che si trasforma in generosa riconoscenza.
A tutti un CIAO di cuore, perché è lì che rimane la vera memoria, quella del cuore. Quando entra dentro non si dimentica più.
Auguri di ogni bene a tutti e GRAZIE di vero cuore.
Don Stefano


A cura di Anja Fedriga
Dire ciao a un curato non è mai facile, specialmente per un oratorio come il nostro che in questi anni ha dovuto letteralmente costruirsi passo dopo passo. Don Stefano non è stato una guida da scrivania, ma il motore che ci ha aiutato a crescere e a diventare la realtà attiva che siamo oggi. Ora che per lui inizia una nuova strada, abbiamo voluto raccogliere qui un mosaico di pensieri.
Attraverso le testimonianze dei vari gruppi, volevamo far emergere le tante sfumature che abbiamo conosciuto in questi anni: quella del curato attento, del professore appassionato, del giovane uomo e dell'amico sincero con cui abbiamo condiviso la quotidianità. Questo non è un discorso formale, ma la nostra voce spontanea per dirgli grazie di aver camminato al nostro fianco.
Ricordo sempre con grande affetto le lunghe chiacchierate davanti a una tisana fumante, al termine degli incontri formativi con i ragazzi. In quei momenti ho conosciuto e apprezzato la tua sensibilità e la tua passione educativa, che hanno saputo dare vita a un impegno concreto e prezioso per i giovani, per le famiglie e per la comunità. Che questa vocazione possa continuare ad accompagnarti, arricchendo ogni nuova avventura.
Nathan Damioli - pedagogista
Custodisco nel cuore i momenti migliori passati insieme: dai Grest ai campi scuola e al mare, fino alla nascita del torneo di calcio dell'oratorio. Grazie di tutto, Don, per essere stato una guida e un amico. Ora a Darfo sappiamo che il gioco si farà duro, ma ti abbiamo addestrato bene!
Gruppo Animatori
Grazie don Stefano per questi anni passati insieme: sei stato una guida preziosa e un vero amico. Te ne vai lasciandoci un bagaglio pieno di emozioni, sorrisi e tanti bellissimi ricordi. I ragazzi dell'oratorio di Ossimo ti augurano il meglio per il tuo nuovo incarico.
Gruppo oratorio di Ossimo Inferiore
Ogni singola attività svolta con Don Stefano è stata unica. Una grande persona nell'ambito lavorativo e un curato che ha saputo tenere per mano tanti ragazzi e giovani. La nuova parrocchia troverà un prete speciale. Auguro un buon cammino al nostro Don Stefano.
Ezio Scalvinoni - volontario
Il nostro gruppo di mamme tuttofare è nato grazie alla tua intraprendenza, ci hai insegnato a donare il nostro tempo per il bene della comunità ed in particolare per i nostri bambini. Pulire, preparare merende, organizzare rinfreschi e feste con te si è trasformato in un momento divertente e in un'occasione per stare in compagnia. Grazie Don, speriamo che questo gruppo, che tu hai costruito, riesca ad andare avanti seguendo la strada che tu hai tracciato.
Gruppo delle mamme dell’oratorio
Siamo molto grati a Don Stefano: una ventata di fresca simpatia negli eventi, mitico nelle nostre processioni e indimenticabile nella riscoperta della sacralità delle celebrazioni, come ad esempio nell'apprezzato solenne inno di lode del Sabato Santo. Un grazie per averci fatto rivivere momenti di fede con emozione ed un augurio di buona strada. Capiamo che è giusto che il suo cammino prosegua, fortunatamente non lontano, così ci sarà facile rivederci.
Gruppo parrocchiale di Lozio
Don Stefano, per la comunità di Borno, è stato anche il Professor Pe. Ha svolto infatti il ruolo di insegnante di IRC, ossia Insegnamento della Religione Cattolica, negli ultimi quattro anni e quindi ha seguito più di un triennio di alunni della Scuola Secondaria di Borno e un paio di anni anche di Malegno. È difficile ricoprire in uno stesso paese due ruoli, soprattutto quando lavori con i giovani. Ma lui è il don!, sottolineavano i ragazzi ad ogni nostro richiamo di maggior distacco; e con lui risate ed abbracci… E quante volte ci siamo arrabbiati e abbiamo detto agli studenti: Lui è il professor Pe!… e altrettante volte abbiamo incalzato don Stefano, dicendogli di essere meno buono… meno Don! E ce l’ha fatta! Se un insegnante deve prima di tutto INSEGNARE, cioè lasciare un segno, don Stefano questo segno lo ha lasciato: ha stimolato i ragazzi su questioni importanti della nostra quotidianità ed attualità, li ha portati a riflettere e a farsi tante domande, ha spiegato loro principi etici complessi. E ha lasciato un segno anche tra noi colleghi: il suo sorriso aperto ha rasserenato spesso le nostre mattinate e la sua vicinanza ai ragazzi ci ha permesso spesso di capirli meglio. E poi le gite: dei giorni meravigliosi e spensierati, che hanno lasciato in noi accompagnatori insieme a lui dei ricordi indelebili. Sembravamo non una classe con i suoi insegnanti, ma una “strana famiglia”, un grande gruppo che si muoveva sotto gli sguardi a volte straniti, ma, il più delle volte, divertiti, di chi casualmente incontravamo. Grazie, dunque, per il tuo passaggio attraverso la scuola secondaria di Borno, don Stefano: ti auguriamo di continuare così e di essere sempre una significativa guida per le nuove generazioni di giovani e di meno giovani! Avanti tutta!!!
Tutti i tuoi colleghi della secondaria di Borno
Grazie Don Stefano, il Gruppo Progetto Cicogna ti è grato per il supporto spirituale e materiale che ci hai saputo trasmettere in questi seppur pochi anni. La tua giovane età, la tua grinta, la tua creatività, la tua positività, il tuo entusiasmo ci hanno spronato a mettere in ogni attività e incontro tanta passione e tanto cuore. Sei stato e sempre sarai (anche per i tuoi nuovi parrocchiani) una forte carica utile a saper affrontare momenti di stanchezza, apatia o sfiducia. Buon e santo nuovo cammino nelle prossime comunità, le saremo vicini attraverso la preghiera. Un affettuosissimo abbraccio.
Gruppo Progetto Cicogna
Raccogliere questi pensieri ammetto mi ha personalmente quasi commosso, ma so che non sei una persona che ama i grandi discorsi e quindi non mi dilungherò oltre.
A te che hai mostrato in questi anni di che pasta sei fatto, a te che sei stato amico, guida e confidente, il mio grande grazie per avermi mostrato un’altra realtà, per avermi fatto scoprire un’altra idea di oratorio, per avermi aiutato a capire quale strada avrei voluto percorrere nella mia vita, mettendomi anche spesso in discussione o scontrandoti con me.
Non ti è mai piaciuto fare le cose nello stesso modo, stare nello stesso posto per troppo tempo; ti auguro il meglio in questa esperienza che sono sicura sarà per te meravigliosa. Un pezzetto alla volta, come i lego che tanto ami, con la certezza che quando avrai bisogno di fermarti o ricordare da dove vieni, avrai sempre un posto qua, in oratorio.
Come mi scrivesti il giorno della laurea... Buona Vita! Ti auguro ogni bene.
Anja



Caldo afoso. C’era caldo afoso a Brescia in quei giorni di fine giugno e pensavo al vestito da indossare davanti al Vescovo: “meglio la veste; però morirò di caldo; forse è meglio una camicia con dei bei pantaloni e delle scarpe colorate come piacciono a me. Andata!” Arrivo in episcopio agitato, sudato e con una certa preoccupazione. La prima nomina credo faccia questo effetto.
Ad ogni modo eccomi lì, mi siedo e vedo i parroci intorno al tavolo: Borgosatollo, Nave, Borno, Iseo. “Dove mi manderanno?” La curiosità cresce. Il Vescovo mi chiede di alzarmi ed ecco le parole che aspettavo da tempo: «don Andrea Coccoli, nominato vicario parrocchiale di Borno, Lozio, Ossimo Inferiore, Ossimo Superiore, Villa di Lozio». Subito ho sentito una ventata di freschezza e sono stato abbracciato da don Paolo. Tornando a casa ho reso grazie a Dio dicendo: “grazie Signore, ritorno in Valle”.
Ho voluto iniziare in questo modo a raccontarvi qualcosa di me, mostrandovi come sia cominciato il nostro cammino insieme. I servizi pastorali mi hanno fatto visitare buona parte della Diocesi e finalmente torno dove tutto è cominciato... il mio primo servizio infatti è stato in Valle Camonica, a Piamborno e Cogno con cui custodisco un prezioso legame.
Ad ogni modo il Seminario mi ha portato negli anni successivi in ben altri luoghi: nella Bassa (Calcinato - Calcinatello - Ponte San Marco), nella Val Sabbia (Agnosine - Bione), in città (San Bartolomeo), nella Franciacorta (Gussago).
Diciamo che non sono restato fermo in questi anni... ad ogni modo, questo mio pellegrinare da una parrocchia all’altra, mi ha dato la possibilità di conoscere persone molto diverse e stili di fare pastorale sempre nuovi, rendendomi la persona che sono. Non temete: non sono venuto a cambiare le cose, ma a dare continuità ad un lavoro ben fatto da don Stefano e dagli altri sacerdoti che da tempo operano nelle vostre comunità.
Cercherò di conoscervi in questi mesi e di scoprire la bellezza di Borno di cui tanto mi raccontano. Sono un cittadino, quindi dovrò imparare molte cose da voi. Forse, però, le mie radici camune potranno tornarmi comode, non so se per il dialetto, ma almeno per apprezzare le tradizioni che custodite. Basta parole, ne ho dette anche troppe!
Concludendo, sappiate che sono molto contento che il Vescovo mi abbia scelto per venire tra voi. Vi chiedo fin da subito una preghiera perché insieme possiamo crescere nella ricerca di una vita bella e piena, come Cristo ci ha promesso.
Don Andrea Coccoli


Luca Dalla Palma
LETTERA A TITO
La lettera a Tito e le due lettere a Timoteo sono sempre state trattate dagli studiosi come un gruppo unico, perché hanno tanto in comune, non solo nello stile, ma anche nel contenuto. Molte delle esortazioni in esse contenute sono chiaramente personali, ma allo stesso tempo buona parte del materiale sembra essere destinato alle comunità in cui Timoteo e Tito svolgevano il loro ministero.
Tito era un greco convertitosi in seguito alla predicazione di Paolo. Non viene mai nominato nel libro degli Atti, ma il suo nome compare spesso nelle lettere di Paolo. Come Timoteo, anche Tito era giovane, pieno di talento e intimo amico dell’apostolo. Troviamo il suo nome in collegamento con la chiesa di Corinto, che visitò almeno due volte per risolvere alcune situazioni e portare le lettere di Paolo. Il fatto che Paolo lo scegliesse per compiti così delicati indica che doveva considerarlo un uomo capace, saggio e pieno di tatto. L’opinione prevalente è che, dopo la liberazione della prima prigionia romana, Paolo sia tornato insieme a Tito verso oriente, facendo tappa a Creta. Siamo intorno all’anno 63 d.C. Sappiamo che Tito fu lasciato a Creta per organizzare le chiese.
Fu scritta probabilmente nel 65 d.C., dopo la prima prigionia di Paolo e la successiva scarcerazione. Per la sua somiglianza con la prima lettera a Timoteo, si ritiene sia stata scritta nello stesso periodo. L’una e l’altra trattano lo stesso argomento: la nomina di guide spirituali idonee per le nascenti comunità. Sia Tito a Creta che Timoteo ad Efeso erano chiamati a risolvere problemi simili: stabilire degli anziani in ogni città (1,5), esporre insegnamenti conformi alle Sacre Scritture (2,1) e ricordare l’autorità certa della Parola di Dio (1,9).
Per tali argomenti, la lettera a Tito, e le due indirizzate a Timoteo, sono importanti anche per la nostra età moderna. Esse hanno sempre fornito saggi consigli pratici ai responsabili delle chiese cristiane.
Il primo capitolo tratta della costituzione degli anziani (detti anche vescovi) in alcune chiese locali dell’isola di Creta. Paolo riferisce con cura ciò che Tito doveva riscontrare in coloro che sarebbero stati preposti alla guida della chiesa. Due importanti requisiti erano la capacità nell’insegnare e la presenza di un temperamento trasformato dall’opera di Dio nella propria vita. L’apostolo, inoltre, riassume brevemente l’impatto che la vera conversione necessariamente produce nell’individuo (3,3-8).
Gli altri due capitoli affrontano il tema del comportamento delle varie categorie di membri della chiesa locale. Giovani, vecchi, uomini e donne, casalinghe e lavoratori, in ogni ambito della vita i cristiani devono manifestare la grazia di Dio. Paolo menziona anche in questa lettera il ritorno di Gesù e ne parla come di una verità molto pratica e concreta. Il fatto che Gesù tornerà sulla terra non viene mai presentato come un discorso astratto per soddisfare le nostre curiosità sul futuro, ma uno stimolo a vivere una vita santa in attesa del Suo ritorno.
LETTERA A FILEMONE
È la più breve lettera di Paolo (nell’originale greco si contano 335 parole) ed è anche la lettera più personale da lui scritta. Filemone era un ricco pagano di Colosse diventato cristiano probabilmente ascoltando la predicazione di Paolo (v. 19), e la lettera a lui indirizzata fu scritta tra il 58 e il 60 d.C., mentre Paolo si trovava in una prigione romana.
La lettera a Filemone e quella inviata ai Colossesi sono strettamente collegate. Entrambe sono scritte dallo stesso luogo, indirizzate alla stessa chiesa e furono portate a Colosse da Tichico, collaboratore di Paolo. Entrambe menzionano circostanze simili sulla prigionia dell’apostolo e presentano una lista quasi identica di saluti personali. La città di Colosse fu probabilmente evangelizzata da alcuni colossesi che avevano ascoltato il Vangelo ad Efeso (Atti 19:10), nei due anni in cui Paolo aveva operato in questa città. Tra i membri della comunità di Colosse c’erano Epafra, Filemone, Apfia e Archippo.
Il nocciolo della lettera riguarda Onesimo, schiavo di Filemone. Come abbiamo già accennato, questi era un uomo facoltoso, mentre Onesimo era uno schiavo che lavorava per lui e che era fuggito da Filemone, probabilmente derubandolo (v. 18). Durante la sua fuga era giunto a Roma e, in qualche modo, in una prigione aveva trovato Paolo, al quale aveva raccontato di aver fatto un torto al suo padrone. L'apostolo aveva parlato ad Onesimo della grazia salvifica di Dio, ed egli si era convertito al Signore. Secondo le vigenti leggi sulla schiavitù, Paolo sapeva che lo schiavo doveva ritornare al suo legittimo proprietario. Essendo però Onesimo diventato un discepolo di Cristo, l’apostolo aveva deciso di scrivere al suo amico Filemone incoraggiandolo a riceverlo come un fratello in Cristo.
Per questo forse è stato separato da te per un momento: perché tu lo riavessi per sempre; non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come fratello carissimo, in primo luogo per me, ma ancora più per te, sia come uomo sia come fratello nel Signore. Se dunque tu mi consideri amico, accoglilo come me stesso.
(Filmone 1,15-17)


Don Stefano
Dalla Parola emerge la consapevolezza Un titolo che vuole essere provocatorio per noi cristiani. L’intento è di smuovere dentro di noi sentimenti forti di attaccamento alla Parola di Dio, anche se magari non siamo soventi all’ascolto della Parola, ora possiamo riflettere sul nostro cammino personale.
“Dio invisibile nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi, per invitarli e ammetterli alla comunione con Sé” (Dei Verbum 2). Il Concilio Vaticano II ci ricorda che la Parola è luogo privilegiato del dialogo con Dio, mentre Papa Benedetto XVI evidenzia che “fatti ad immagine e somiglianza di Dio amore, possiamo comprendere noi stessi solo nell’accoglienza del Verbo e nella docilità all’opera dello Spirito Santo”.
Che parla a noi e in noi è il Verbo, la Parola di Dio che si fa carne all’umanità, “si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1), e in mezzo a noi insegna donando una particolare luce alle menti degli uomini e delle donne di buona volontà che vorranno ascoltare questo prezioso messaggio.
Ogni domenica il cristiano è chiamato dal suono delle campane a varcare la soglia della casa del Signore, e in questo straordinario luogo incontra nell’ascolto la voce di Dio. È l’insegnamento privilegiato della vita, in una forma totalmente universale, pertanto come è possibile non accogliere questo grande dono?
In ogni chiesa il luogo privilegiato per la proclamazione del Verbo, non è semplicemente un leggio, ma l’AMBONE, termine che deriva dal greco antico anabaino che significa salire. È solitamente una struttura sopraelevata per permettere la giusta visuale del lettore e garantire l’ascolto solenne della Parola di Dio, non di una semplice lettura, ma della Parola viva dell’Altissimo. È un elemento antico che veniva utilizzato nelle sinagoghe per leggere la Torah. Il suo importante significato è rafforzato della presenza del cero pasquale: l’ambone diviene luogo privilegiato della resurrezione per chiamare tutti alla perfetta letizia della salvezza.
La mensa della Parola insieme a quella dell’Eucarestia formano un unicum straordinario, elementi essenziali della liturgia che fanno percepire il valore estremamente salvifico di ciò che si celebra. Sempre Papa Benedetto XVI raccomanda: “un’attenzione speciale va data all’ambone come luogo liturgico da cui viene proclamata la Parola di Dio. È bene che esso sia fisso e costruito come elemento scultoreo in armonia con l’altare”.
Come già accennato sopra l’ambone non è solo un leggio sopraelevato, ma un elemento dal quale chi legge, ma anche chi ascolta, vengono portati in alto, quasi a toccare la bellezza di Dio; del resto la Parola di Dio, una volta scoperta, diviene sale e luce per tutti e non se ne può più fare a meno.
Proclamare da qui la voce di Dio non è sempre facile, ma è sicuramente un compito e un servizio benemerito, in quanto tutti possono ascoltare per interiorizzare e mettere in pratica l’amore che viene annunciato e consegnato a ciascuno di noi. Dalla Parola che viene proclamata all’ambone alla consegna nasce un’esperienza personale che porta alla vita concreta; Parola e vita vanno di pari passo e il presbitero, nel riflettere su di essa, arricchisce tutti coloro che accolgono le sue parole.
Come è difficile oggi riuscire davvero ad ascoltare, mettendo da parte i nostri pregiudizi per lasciarci guidare dalla Parola vera, quella che viene dall’Alto, senza distrazioni, per accogliere quelle positive riflessioni interiori che muovono lo spirito. Ma con questo ascolto, forse, aderiremmo meglio alla realtà, le parole non sarebbero frottole, ma lettere guida per la vita.
All’ambone si colloca il libro della Parola, il lezionario, differente per ogni tempo liturgico, con letture scelte e pensate proprio per la vita dei fedeli e l’Evangeliario, il testo portatore della “buona novella” alla quale tutti possono attingere. Non un luogo comune, ma un luogo dove stare vuol dire consapevolezza di quello che si sta vivendo e compiendo.
Nella mia breve vita di sacerdote ho potuto sperimentare, ogni volta che proclamo la Parola di Dio dall’ambone, un senso di inadeguatezza e allo stesso tempo una forza straordinaria che viene dal cuore: quando si proclama la Parola non è questione di carattere, ma è questione di cuore!
“Io sono mite e umile di cuore”, ha detto Gesù. Impariamo da Lui e allora il nostro cuore sarà sempre pronto all’ascolto e al dialogo con Lui. Dal catechismo della Chiesa Cattolica si evince che: “è tutta la comunità, il corpo di Cristo unito al suo Capo, che celebra” in particolare è “sacramento di unità”.
La Parola è voce di unità e l’ambone è luogo privilegiato ad annunciare la salvezza di Dio per noi uomini e donne in cammino verso la santità.
Accogliere questi inviti ci sprona a fare un passo in più nel nostro essere Cristiani nel mondo e non del mondo, con la consapevolezza di essere annunciatori, augurandoci di essere credibili sempre, anche nelle difficoltà e nelle paure. Combattiamo la battaglia contro il male con la buona Parola, con Cristo luce delle genti.
La Chiesa di Borno è facilitata in questo, essendo l’ambone in continuità con l’altare e il resto del presbiterio, una chicca che ci permette di ascoltare l’annuncio della Parola in perfetta serenità e in spirito di raccoglimento e bellezza.
In effetti la bellezza parla al cuore, quando una elemento è ben organizzato e composto questo aiuta anche l’interiorità e la sprona a nuovi obiettivi e passi di vita.
La Parola è guida, per me lo è, non potrei farne a meno. Spero che tanti ragazzi possano scoprire la parola che parla al cuore, che i genitori possano riscoprirla nuovamente nel caso l’avessero dimenticata e che accompagni gli anziani nei tratti solitari della loro vita.
L’augurio per tutti è che la Parola ascoltata e proclamata dall’ambone sia sempre aiuto e sostegno nella vita, guardando al passato, nella realtà presente e nella speranza del futuro. “Lampada per i miei passi è la tua Parola, luce sul mio cammino!” (Salmo 119)


Il Salmo 104 (103) è un vero e proprio inno all’unico e vero Signore dell’Universo e alla terra uscita dalle sue mani, che l’uomo contempla con meraviglia, stupore e gratitudine
Siamo ormai alle soglie del periodo tradizionalmente riservato alle vacanze. Ai lettori più attenti e fedeli che da mesi stanno seguendo il nostro percorso tra le meraviglie del Creato, in particolare della Terra, nostra casa comune, suggeriamo di compiere un’esperienza spirituale e poetica. Se avranno la fortuna di essere di fronte a un paesaggio marino o montuoso mirabile oppure, di notte, si fermeranno a contemplare il firmamento nel quale si affacciano le stelle e la Luna, prendano in mano la loro Bibbia (che speriamo sia sempre loro compagna di viaggio) e cerchino una pagina del Salterio. Scelgano il Salmo 104 (103), un vero e proprio gioiello letterario e religioso.
Si tratta di un «cantico delle creature» ampio e solenne: lo scrittore francese ottocentesco René de Chateaubriand era convinto che «Orazio e Pindaro sono rimasti ben lontani da questa poesia». Alcuni studiosi hanno trovato in filigrana ad alcuni versetti del Salmo qualche rimando allusivo a uno dei più celebri inni egiziani, quello che il faraone «monoteista» Akhnaton (XIV sec. a.C.) dedicò al suo unico dio, Aton, incarnato nel disco solare che illumina e fa vivere la Terra. In realtà, il testo salmico ha soprattutto in sottofondo la creazione, così come noi l’abbiamo vista descritta da tante altre pagine bibliche.
La lettura del carme e dei suoi 35 versetti svelerà in modo limpido la ricchezza dei simboli, la vivacità pittoresca dei quadri che si succedono secondo una sapiente sceneggiatura, l’eleganza del linguaggio e soprattutto lo stupore ammirato di fronte a una sequenza di creature così affascinanti, pur nella loro semplicità quotidiana. Su tutto domina, però, il respiro creatore di Dio: «Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra» (v. 30). A differenza dell’inno di Aton, il sole e le altre meraviglie della natura non sono divinità, ma opere delle mani del Creatore, l’unico vero Signore.
Egli entra subito in scena in tutta la sua gloria e grandezza, assiso sul cocchio regale delle nubi o cavalcando i venti che sono anche i suoi messaggeri, come lo sono i fulmini. È Lui a dar origine al Creato, vincendo le acque del caos primordiale, simbolo del nulla, come abbiamo avuto occasione di ricordare in passato. Emerge, così, l’universo, ma l’obiettivo si fissa sulla nostra Terra, fecondata dalle acque dolci piovane e sorgive, popolata di alberi da frutta e da animali. E l’uomo è assiso a questa mensa cibandosi di pane e allietandosi con il vino e con il volto che brilla per l’olio, i tre prodotti fondamentali dell’area mediterranea.
Ma ecco il fluire del tempo scandito dagli «orologi» cosmici della Luna e del Sole che segnano il dì e la notte ma anche le stagioni, il lavoro umano e il ritmo degli animali. Stando quasi su un alto scoglio, il Salmista contempla poi il mare solcato da navi e da un brulichio di esseri viventi, tra i quali si muove anche il mostro caotico Leviatan, che è ora ridotto da Dio a una balena giocherellona. Ormai il poemetto si avvia alla sua finale, che è simile a un grandioso corale rivolto al Dio creatore e signore della vita e della morte, dell’essere e dell’esistere. E l’orante spera che dall’orizzonte così armonico e multicolore del Creato scompaiano il male e il peccato, così che egli possa sempre gioire in Dio cantando: «Benedici il Signore, anima mia!».
Card. G. Ravasi
(16 luglio 2020)



6-8 aprile - Ragazzi di prima media ad Assisi
24-26 aprile - Ragazzi di seconda media a Roma

24 maggio - Sante Cresime e Prime Counioni a Borno
1-3 maggio - Ragazzi di terza media a Torino

Hanno ricevuto i due sacramenti:
Arici Alex
Arici Aurora
Bernardi Alessandro
Bianchi Desirè
Bottichio Giovanni
Fedriga Gabriele
Isonni Alessia
Miorini Alessandro
Miorini Davide
Miorini Simone
Miorotti Nicole
Morelli Anita
Otelli Matteo
Rivadossi Vittoria
Zaccarini Sebastiano
Zanaglio Enea
Zerla Francesco
13 giugno - Pellegrinaggio ad Ardesio

7 giugno - Process. Corpus Domini 30° di ordinazione sacerdotale del parroco don Paolo Gregorini a Borno

21 giugno - 70° di ordinazione sacerdotale di don Franco Rivadossi a Borno
22-26 giugno - Campo scuola a Colere

Ciao,
ci presentiamo, siamo Morena e Guglielmo. Abbiamo una bambina di dieci anni e da quattro anni stiamo vivendo l'esperienza dell'affido familiare.
Abbiamo iniziato ad avvicinarci all'affido perché ci ha sempre colpito questa opportunità di aiutare avendo visto da vicino l'esperienza di una famiglia di nostri amici; la nostra bambina, quasi più determinata di noi, ha fatto il resto!
Un giorno è arrivata la tanto attesa telefonata: un piccolo scricciolo di quattro anni aveva bisogno di noi... La prima a conoscerla è stata Morena. Ricordo ancora quello sguardo sotto i suoi occhialetti: “meriti di sorridere, meriti di essere protetta, meriti una vita serena, una vita piena di amore, una vita piena di futuro.”
Pian piano sono arrivate le videochiamate e gli incontri per conoscerci un po'.
Lei aveva quattro anni, era spaventata, stava perdendo i suoi riferimenti, non capiva cosa stava succedendo. Arrivò presto il giorno in cui rimase qui, da sola, con noi, con questa famiglia che non conosceva... E tutto iniziò...
Con tanto amore ha iniziato a fidarsi e ad affidarsi a noi come famiglia e alla comunità tutta che l'ha accolta con tanta sensibilità e tanto cuore.
Non è semplice descrivere l'affido; non ci sono delle regole, perché non esiste l'affido ma esiste un affido, il tuo affido, unico privato e personale come unico è ogni bambino che ha bisogno di aiuto.
Tutto il resto avviene, si affronta e si supera, a volte magari non ci si sente all'altezza, si cade ma poi ci si rialza e il cuore si riempie di gioia.
Tutto il resto è questo: è amare senza limitazioni, è amare al presente, è proteggere questo scricciolo, è vederlo diventare parte del nostro mondo pur conservandone uno che resta solo suo, ma con la certezza che comunque andrà, il nostro mondo sarà per sempre il nostro!
Morena e Guglielmo
* * *
Ci siamo avvicinati all’affido nel 2010, siamo una famiglia come tante altre, formata da una mamma un papà e due figli, credo che ognuno di noi abbia una missione nella vita. La nostra probabilmente era quella di accogliere.
Dopo i primi incontri conoscitivi con i servizi sociali siamo diventati famiglia idonea all’affido. Dal 2012 ad oggi abbiamo avuto due affidi residenziali, due Pronto Intervento (ossia quando entro anche uno o due giorni, devi dare subito la disponibilità per un'urgenza) e un appoggio (quando dai una mano o fai da referente per un'altra famiglia affidataria).
L’arrivo di un nuovo componente della famiglia porta sempre un po’ di scompiglio, ma poi piano piano ci si abitua gli uni agli altri e diventa tutto normalità.
Il segreto è amare incondizionatamente. Come anche con i nostri figli biologici li si cresce, li si aiuta. Diamo tutto il supporto di cui hanno bisogno e quando sono in grado di camminare con le proprie gambe li lasciamo andare così come i nostri genitori hanno fatto con noi, assicurando loro che la nostra porta di casa è sempre aperta.
Fortunatamente, nel nostro caso, gli affidi che abbiamo avuto hanno sempre avuto una continuità ad ora ci sentiamo ancora con le ragazze, che ormai sono diventate grandi, per una chiacchierata, un consiglio o solo per il gusto di sentirci.
L’affido ci ha insegnato che aiutare altre famiglie che possono essere in difficoltà, accogliendo i loro figli, è un gradissimo gesto d’amore.
Stefy e Beppe

Fabio Fedrighi
Il primo ricordo legato alla figura di Sant’Anna, per me, risale a quando da bambino mio nonno Fiorino, sacrestano della Chiesetta della frazione di Paline, seduto accanto a me mi raccontava la storia della santa descrivendola come la mamma di Maria e, di conseguenza, la nonna di Gesù. Io ammiravo e scrutavo la statua con curiosità e mi immaginavo la vita di questa donna dal volto dolce e rassicurante.
Sant'Anna è una figura fondamentale della tradizione cristiana, pur non essendo menzionata nei Vangeli canonici. Le notizie sulla sua vita provengono principalmente dai testi apocrifi, come il Protovangelo di Giacomo. Secondo la tradizione, Anna nacque a Betlemme e apparteneva alla stirpe reale di Davide. Sposò Gioacchino, un uomo facoltoso e pio della Galilea, ma la loro unione era segnata da un grande dolore. La coppia non riusciva ad avere figli. A causa della sua sterilità, Gioacchino venne persino scacciato dal Tempio durante un'offerta pubblica. Umiliato, l'uomo si ritirò nel deserto per quaranta giorni, digiunando e pregando Dio con fervore.
Rimasta a casa, anche Anna si immerse in una preghiera disperata sotto un albero di alloro. Un angelo del Signore apparve contemporaneamente a entrambi, annunciando che avrebbero concepito un figlio. L'angelo predisse che della loro progenie si sarebbe parlato in tutto il mondo allora conosciuto. I due sposi si riabbracciarono davanti alla Porta Aurea di Gerusalemme, uniti da una gioia immensa. Nove mesi dopo Anna diede alla luce una bambina e la chiamò Maria, che significa "amata da Dio". Per ringraziare il Signore del miracolo, a soli tre anni la piccola Maria fu consacrata al Tempio. La tradizione devozionale vuole che Anna abbia cresciuto la figlia insegnandole la fede e le Scritture.
Sant'Anna è considerata la protettrice delle madri, delle partorienti, delle ostetriche e delle ricamatrici. Il suo culto si diffuse inizialmente in Oriente nel VI secolo, per poi radicarsi fortemente in Occidente. La Chiesa cattolica la festeggia il 26 luglio di ogni anno insieme al marito San Gioacchino. Viene spesso raffigurata nell'arte mentre insegna a leggere alla giovane Maria con un libro in mano. Rappresenta il simbolo perfetto della maternità e della speranza che fiorisce anche nelle difficoltà.
La chiesetta di Paline, che risale al XVII secolo, era inizialmente dedicata alla Santissima Trinità. Non si hanno fonti certe che stabiliscono quando ci sia stato il cambio e la consacrazione a Sant’Anna, ma durante i restauri del 1939 il pittore Enrico Peci realizzò sulla volta i nuovi medaglioni celebrativi, mettendo al centro proprio Sant'Anna con Maria bambina, pur lasciando un richiamo alla Trinità in un altro affresco. Sul motivo di questa scelta le ipotesi sono diverse. Forse la più plausibile era la necessità della comunità rurale del tempo di avere un santo a cui affidarsi ed eleggerlo a protettore della comunità.
Gli abitanti del piccolo borgo, attorno al culto della santa con gli anni hanno creato diversi modi per festeggiarla e onorarla. Oltre alle funzioni religiose, il falò del sabato precedente alla domenica di festa ha rappresentato da sempre un momento propiziatorio di unione e condivisione che affonda le sue radici nella notte dei tempi e che poi è entrato nei riti cristiani con il significato di bruciare il vecchio e proteggere la comunità.
Anche oggi preparare il falò per gli abitanti di Paline è un vero e proprio rito sociale che unisce i giovani e gli adulti del paese già nei giorni precedenti la festa. Insieme si ritrovano per andare nei boschi a raccogliere la legna (i viscol o le ramaglie) e poi per costruire la catasta secondo regole tramandate di padre in figlio. La sera della vigilia tutta la comunità si stringe attorno al grande fuoco: è un momento speciale in cui la comunità riafferma la propria identità, la propria storia e il legame indissolubile con il territorio montano.
Così, tra il culto religioso e la tradizione, i giorni dedicati alla festa patronale sono restati un tempo speciale di incontro, condivisione e festa. Il ritorno al paese per chi per ragioni lavorative si è dovuto allontanare, lo stare in famiglia, mangiare, cantare e pregare insieme permette di continuare a perpetuare quel senso di comunità affidata e protetta da Sant’Anna.


Eleonora Bonizzoni
Parola d’ordine Anno Scolastico 25/26: MERAVIGLIA! Il programma didattico che la maestra Daniela ha pensato e costruito per i 9 giovani apprendisti si è presentato con un titolo profetico: Che meraviglia la scuola con Pilù! Mai titolo fu più azzeccato per quest’anno memorabile.
MERAVIGLIOSO il rapporto tra i compagni: pochi bambini che sono riusciti a creare un gruppo capace di accogliere e impastare in un’amalgama solida le caratteristiche individuali di ciascuno. Una dinamica a cui il mondo adulto spesso ambisce con fatica e che 9 piccoli, dai 2 ai 5 anni, hanno saputo sperimentare e realizzare con grande armonia. Sempre facile? Affatto. Ma, guidati e stimolati dalla maestra Daniela, dalla sua collaboratrice Serena e dalla immancabile cuoca Giancarla, (tutte parte della quotidianità dell’asilo), è stato possibile e molto soddisfacente!
MERAVIGLIOSI gli esperti che hanno arricchito il programma di attività in asilo. Si sono avvicendati:
- Fiorenza Ceresetti, che da diversi anni si occupa del progetto di psicomotricità. Una figura apprezzata e attesa per i lunedì della prima parte dell’anno. Inizio di settimana dinamico!
- Annalisa Baisotti da gennaio è entrata in asilo con George (la sua chitarra) e con traboccante passione e competenza per la lingua inglese. I nostri bimbi hanno potuto familiarizzare con la lingua con divertimento e naturalezza.
Marco Bellesi è arrivato nell’ultima parte dell’anno in qualità di Tutor del progetto “Scuola Attiva”, coinvolgendo i bambini con attività che li ha resi più sicuri e competenti nell’utilizzo del corpo.
- Don Stefano Pè, figura preziosa e costante che, per tutto l’anno scolastico, con attività, canzoni e intramontabile allegria, ha accompagnato i bambini parlando loro di Gesù. Proprio pochi giorni fa è arrivata la notizia del suo imminente trasferimento ad altra parrocchia. Sorpresa e sgomento! Si avvicendano auguri sinceri per la sua nuova avventura e un abbraccio colmo di gratitudine per il tempo felice condiviso!
Ma la MERAVIGLIA non si ferma alle persone che hanno impreziosito l’anno scolastico, anche le esperienze vissute hanno contribuito alla ricchezza della vita in asilo.
La visita al Museo Etnografico di Ossimo Superiore in compagnia della Scuola dell’Infanzia di Borno è stato un momento esplorativo di una grande risorsa del territorio e allo stesso tempo un momento di condivisione con una realtà “cugina”.
La Festa degli Alberi al nuovo parco giochi di Ossimo Inferiore ha raccolto i bambini dell’intero Comune in un momento di gioia e vicinanza.
La visita alla Biblioteca di Borno (e a seguire pranzo in oratorio), è diventato un significativo momento di avvicinamento al piacere e magia della lettura a portata di tutti.
La gita al Centro Faunistico dell’Adamello ha aperto l’esplorazione di specie animali insolite e affascinanti per il viaggio di Meraviglia dei nostri piccoli curiosi.
Ultimo ma non ultimo (anche perché vedrà coinvolti i bambini anche durante l’estate nella cura volontaria del terreno e dei suoi frutti), la realizzazione dell’orto, con l’aiuto di genitori e nonni.
A conclusione dell’anno poi ci sono stati due momenti particolarmente carichi di emozione. La consueta Festa dei Diplomi in cui i bambini hanno potuto mostrare parte degli apprendimenti dei progetti dell’anno e, novità di quest’anno, la Giornata con i Nonni. Una giornata condivisa in cui nonni e bambini sono stati coinvolti in giochi che Marco ha strutturato per essere svolti insieme. Un momento significativo per i bambini per vivere lo spazio della loro quotidianità in asilo con le loro persone preziose.
Tutto finisce, anche questo anno scolastico Meraviglioso! Ma è solo un arrivederci a presto. Ci apprestiamo a un tempo di riposo e ricarica per ritrovarci a settembre con nuove idee e progetti e un gruppo ancor più numeroso!
Che dire? CHE MERAVIGLIA!

La nostra chiesa, la nostra storia
La Chiesa Parrocchiale dei Santi Gervasio e Protasio non è soltanto un edificio storico: è il cuore della nostra comunità, il luogo che custodisce la memoria delle generazioni che ci hanno preceduto e che continua ad accompagnare i momenti più importanti della vita di ciascuno di noi. Oggi abbiamo l’opportunità e il compito di conservarla e migliorarla, restituendo a un così prezioso patrimonio il decoro, la sicurezza e l’accoglienza che merita, attraverso un importante progetto di restauro e valorizzazione che guarda al futuro senza dimenticare il passato.
Cosa faremo
L’intervento prevede principalmente il recupero della facciata della chiesa, con il restauro degli intonaci, degli elementi in pietra e metallici, delle decorazioni e delle parti artisticamente rilevanti che il tempo ha progressivamente segnato. Saranno inoltre messe in sicurezza le aree esterne, installati nuovi corpi illuminanti a basso consumo energetico e realizzata una rampa di accesso che permetterà a tutti di entrare in chiesa senza ostacoli.
Per il futuro della nostra comunità
Questo progetto non riguarda soltanto il restauro di un edificio. Significa rendere la nostra chiesa più accogliente, accessibile e fruibile da tutti; significa valorizzare uno spazio che possa continuare a essere luogo di incontro, di cultura, di fede e di aggregazione per l’intera comunità. Ogni pietra restaurata, ogni dettaglio recuperato e protetto, ogni intervento realizzato rappresenta un “investimento” che lasciamo alle future generazioni. È il modo concreto con cui possiamo dire grazie a chi ci ha consegnato questo patrimonio e assumerci la responsabilità di trasmetterlo integro a chi verrà dopo.
Un dono che vale il doppio
Per realizzare una parte fondamentale del progetto, la Parrocchia ha partecipato ad un bando di finanziamento promosso da Fondazione della Comunità Bresciana. La Fondazione finanzierà 20.000 € a condizione che la Parrocchia raccolga altri 20.000 € entro il 15 settembre 2026. Raggiunto l'obiettivo, il contributo complessivo sarà di 40.000 €. Ogni contributo fa la differenza Oggi il futuro di questo progetto dipende da tutti noi. Non esiste una donazione troppo piccola: ogni contributo è un gesto d'amore verso la nostra chiesa, la nostra storia e la nostra comunità.
OBIETTIVO ENTRO IL 15 SETT. 2026
20.000 € di donazioni che diventeranno 40.000 € grazie al contributo della Fondazione della Comunità Bresciana.

Patrizia Zerla
Saluto tutti i lettori di Cüntàmela e ricordo che sono Patrizia Zerla ed insieme a mia sorella suor Ester credo che siamo ormai le ultime missionarie di Borno partite con le valigie per l’estero.
Provengo da una famiglia numerosa che ha avuto due santi e saggi genitori. Li ringrazio ancora oggi per la fede e l'amore al prossimo che ci hanno trasmesso. Essendo in tanti in famiglia abbiamo imparato a condividere e ad occuparci gli uni degli altri. Si può dire che questa è l'eredità che ci hanno lasciato e questo è il prezioso bagaglio che porto sempre con me e mi serve nella missione ancora più della formazione professionale ricevuta.
Io sono infermiera di professione e questo mi è molto servito, ma in 34 anni che sono in Burkina Faso sono tanti i ruoli che mi sono trovata a dover occupare: dalla catechesi alla cura delle chiese e delle celebrazioni; dai consigli alle mamme all'educazione dei bambini, la formazione dei giovani; la cura dei malati e l'aiuto ai ragazzi diversamente abili; l'accompagnamento di bambini orfani e in difficoltà e l’accompagnamento nutrizionale a neonati a rischio di malnutrizione; l'accoglienza di ragazze madri, l'assistenza al parto e accompagnamento fino alla re-inserzione nella famiglia o/e nel lavoro; segretaria e contabile per quanto riguarda i vari progetti e tutte le cose burocratiche che interessano l’associazione. Sopratutto per tanti anni ho fatto la mamma ed ancora faccio la nonna ai bambini che ci sono stati affidati dai giudici o dall'azione sociale, accolti nella Casa Famiglia CASA SARA. Ora che sono cresciuti pensiamo anche al loro futuro e quindi una sistemazione, un lavoro.
Negli anni, per dare lavoro alle ragazze madri, abbiamo anche creato due Centri di animazione per i bambini del quartiere che poi sono diventati due scuole materne chiamate La Maison des Poussins.
Negli anni, avendo tanto terreno intorno a CASA SARA, ci siamo anche occupate di creare una fattoria dove diamo lavoro a diversi operai e ci procuriamo un po del necessario per vivere: si alleva pollame, montoni e buoi e si coltivano mais, miglio, arachidi e fagioli. Per questo preghiamo che ci sia una buona stagione delle piogge che ci dia un buon raccolto. Devo dire che si sente molto la dipendenza da Dio come Colui che ci assicura il pane quotidiano e che tutto ci dona con larghezza e generosità.
Molte sono le benedizioni che si fanno al momento della semina come ad ogni avvenimento importante della vita. Dio è sempre presente in tutta la vita.
Io sono qui in missione con una associazione di cui faccio parte e che si chiama Tante mani per... uno sviluppo solidale ed in particolare condivido la missione in Burkina con Grazia Le Mura, fondatrice con altri dell'associazione.
Essere missionaria è sapere di essere inviata da qualcuno, lo Spirito Santo che è l'artefice della missione e poi per me è la diocesi di Brescia che mi invia come Fidei Donum. Essere missionaria è spogliarmi un po di me, delle mie maniere di fare, dei miei pregiudizi, liberare il cuore per vivere l'avventura di nuovi incontri, accogliere l'altro tale quale è, con la sua cultura e le sue tradizioni, con le sue povertà e ricchezze, mettermi in ascolto delle sue necessità e dei suoi desideri, dei suoi progetti.
La prima casa che abbiamo aperto a Bobo, la città dove vivo, è stato proprio un Centro di ascolto aperto a tutti i poveri, ed è dove io vivo tutt'oggi. Questo è il nostro stile: vedere i bisogni e insieme cercare le soluzioni. È così che sono nati tutti i nostri progetti. Ora quello che mi occupa di più, oltre ai problemi burocratici, sono le emergenze: una fila interminabile di malati che chiedono aiuto per gli esami, per operazioni, per cure varie, dalle semplici pastiglie alle chemio, per occhiali, per vetturette, ecc.
Nei fine settimana di solito andiamo a CASA SARA dove c'è sempre modo di dare una mano.
In Burkina siamo ancora con il governo militare che cerca di mettere ordine in tante situazioni: terrorismo, corruzione, importazioni, esportazioni e altro. Tutti i giorni escono nuovi ordinamenti con nuove regole e sanzioni, e questo si sente a tutti i livelli. Si tenta di far vestire e di far consumare burkinabé, ma risulta più caro e quindi più problematico sopratutto per i poveri.
Ogni volta che torno in Italia sono felice di rivedere le bellezze naturali di cui la vista, ma anche il cuore, si nutre e si traduce per me in un cantico al Creatore. Quando, però, sento il degrado sociale a cui siamo giunti in verità mi vergogno. Mi son trovata a constatare, per esempio, che mai come ora i nostri governanti sono scesi così in basso: mi sembra che si comportino ed usino un gergo da strada come si sente in certe riunioni.
Quando arrivo a Borno mi sento a casa anche se, in realtà, non conosco più le nuove generazioni e quelli che conoscevo li ritrovo al cimitero. È bello però ritrovare gli amici come le “Amiche di CASA SARA” e passare qualche momento insieme. Quando giro per il paese, però, è triste vedere certe contrade, come quella dove sono cresciuta, ormai vuote, disabitate, quando in Burkina sono tanti i bambini e tante le famiglie che cercano casa.
La stessa cosa si può dire per le chiese: fa male pensare che Gesù resti solo, che tanta gente vive senza Dio e non si accorge di quante grazie perde.
Approfitto per ringraziare di cuore Pierina e sua sorella per la dedizione con cui hanno servito una vita nella nostra parrocchia. Il nostro dovere ora è di pregare perché la comunità dei bornesi riprenda vita e sappia accompagnare i giovani ad implicarsi nella vita parrocchiale e nella missione, cominciando dalla preghiera.
Un caro saluto e un grazie grande a tutti quelli che mi accompagnano. Che Dio vi benedica!
Informazioni sulla missione
di Patrizia e Grazia
www.tantemaniper.org


Linda Schiavini - di Mauro e Denise Isonni Borno 12 aprile 2026
Greta Miorini - di Franco e Chiara Blanchetti Borno 19 aprile 2026
Heidi Rivadossi - di Martino e Irene Bavosa Borno 25 aprile 2026
Alessandro Piu Giacomelli - di Andrea e Irene Giacomelli Borno 10 maggio 2026

Alessandro Rivadossi - di Paolo e Claudia Richini Borno 31 maggio 2026
Nora Gheza - di Francesco e Cristina Pedersoli Borno 19 luglio 2026
Mattia Franzoni - di Matteo e Viviana Tacchinardi Ossimo Inf. 11 aprile 2026
Elissa Montón Camossi - di Javier e Francesca Camossi Ossimo Inf. 23 maggio 2026

Andrea Zani - Laurea (110 e lode) in Ingegneria meccanica e industriale
Elisa Bonetti - Laurea magistrale in Storia e critica dell'arte

Gessica Tognali con Angelo Mensi - Borno 18 aprile 2026
Matilde Colombo con Silvano Magnolini - Borno 2 maggio 2026

Selene Cominetti con Pierantonio Zani - Borno 6 giugno 2026
Maristella Rognoni con Stefano Re - Borno 12 giugno 2026
Silvia Luisa Ballarini con Luca Pasinetti - Lozio 20 giugno 2026

Paolo Bisaro 7 nov 1942 + 25 mar 2026
Domenico Re 30 mar 1950 + 27 mar 2026
Giovan Battista Gheza 19 dic 1947 + 12 apr 2026
Bruna Gheza in Welcher 14 gen 1954 + 12 apr 2026
Gisella Rivadossi 15 ott 1958 + 24 apr 2026
Domenico Girelli 22 dic 1926 + 25 apr 2026

Guido Gheza 9 gen 1950 + 30 apr 2026
Nicolò Franzoni 29 gen 1991 + 5 mag 2026
Bortolo Severino Rivadossi 19 gen 1940 + 7 mag 2026
Marino Bertelli 27 nov 1933 + 9 mag 2026
Fiorino Rivadossi 23 nov 1935 + 14 mag 2026
Lucia Rossini 18 mag 1942 + 3 giu 2026

Antonietta Sanzogni 17 mag 1934 + 27 giu 2025
Anna Baisotti 30 giu 1944 + 2 lug 2026
Mariateresa Soldi 16 nov 1936 + 16 lug 2026
Piera Gabriella St. Poma (Rho Milano) + 26 dic 1949
19 lug 2026
Franco Zerla 27 giu 1942 + 27 mag 2026
Domenico Rigali 17 ott 1948 + 23 giu 2026

Simone Maggiori 10 ott 1947 + 29 apr 2026
Luigi Zendra 12 ott 1932 + 3 mag 2026
Francesca Franzoni 22 ago 1950 + 22 giu 2026
Vittorio Canossi 17 set 1952 + 29 apr 2026
Maria Archetti 13 ago 1938 + 28 mag 2026
Albino Archetti 4 gen 1947 + 6 giu 2026
Francesca Magri 10 ott 1929 + 19 giu 2026


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