Pasqua 2026
Che cosa c'è di nuovo? Forse è questa la domanda che si pone chi prende tra le mani questo numero di Cüntòmela. Magari potremmo rimanere delusi: l’annuncio della Pasqua, gli ottocento anni dalla morte di s. Francesco, i trentacinque anni dalla beatificazione di Annunciata Cocchetti, s. Giovanni Bosco, venticinque anni dalla morte di don Spiranti….
Non sembrano grandi novità, anzi sono cose che appartengono a un passato, a volte pure lontano. Eppure vi raccontiamo queste cose non per il gusto di tornare indietro, ma per guardare avanti.
Un’immagine nota (usata anche da un vescovo che è stato curato a Borno) descrive il cristiano come un albero rovesciato. Siamo chiamati a guardarci dentro, a cercare la linfa vitale non in novità effimere e passeggere, ma nella passione, morte e risurrezione di Cristo. Siamo invitati a volgere lo sguardo a persone che nel loro tempo – diverso certamente dal nostro, ma non più “facile” di quello in cui viviamo – hanno attinto linfa in cielo e portato abbondanti frutti in terra.
Viviamo il nostro tempo, e su Cüntòmela proviamo a raccontarlo. Troverete la vita delle nostre comunità in tante sue sfaccettature, anche quelle più spensierate e gioiose del carnevale, della vita dell’oratorio o dei giochi olimpici. Seguendo il consiglio di san Paolo (1Ts 5,21), desideriamo trattenere tutto ciò che è buono-bello, con quella gioia e serenità di essere insieme in cammino sorretti, custoditi e amati dal Signore.
Non vogliamo nascondere, o ignorare le difficoltà naturalmente! Ma dentro il cammino tortuoso dell'esistenza dobbiamo provare a trovare il balsamo della Speranza in Colui che da sempre produce ed è la fonte questo balsamo. Riflettere, lasciarci illuminare e guidare, raccontarci il bene e il bello, ci facciano guardare avanti rinnovati nel cuore.
Insieme agli altri sacerdoti delle nostre comunità, ringrazio di cuore voi lettori e coloro che hanno collaborato alla realizzazione di questo numero di Cüntòmela. Rivolgo a tutti voi e alle vostre famiglie l’augurio di una santa Pasqua, cercando e trovando nell’amore di Dio la fonte, i frutti e la pace che sostengono e ravvivano il cammino in questa nostra storia.
vostro don Paolo
Don Paolo, don Stefano, don Raffaele, don Cesare, don Angelo e i frati del santuario dell'Annunciata augurano a tutte le comunità dell'Altopiano e ai turisti
Buona Pasqua

P. Maurizio Golino
Dal 21 febbraio al 22 marzo 2026 si è tenuta nella Basilica Inferiore a lui dedicata in Assisi, l'Ostensione straordinaria delle spoglie di San Francesco.
L'iniziativa si è posta all'interno delle celebrazioni per gli 800 anni dalla morte di San Francesco, anzi del Transito: il passaggio dalla vita alla vita vera.
È stato, e continua ad essere, un tempo speciale per tutta la famiglia francescana e la chiesa universale, e lo vogliamo leggere in sintonia con il detto evangelico del seme che muore per portare frutto (Gv 12,24); davvero il poverello di Assisi continua a portare frutto nel mondo, ormai da 8 secoli, attraverso una schiera di figli e figlie che guardano a lui come interprete autentico del Vangelo.
Guardare ai resti mortali di Francesco «vuole essere un invito a considerare la vita personale di ciascuno in un'ottica analoga: come Francesco ognuno è chiamato a donarsi generosamente nelle relazioni, per diventare quest'albero di fraternità che continua a donare frutto nella storia della Chiesa e del mondo» così ha presentato l'evento fr. Marco Moroni OFMConv, Custode del Sacro Convento dove San Francesco morì nel 1226.
Nel 1230 il suo corpo fu trasferito dalla chiesa di San Giorgio alla nuova Basilica di San Francesco di Assisi.
Per evitare il rischio di furti di reliquie, comuni all'epoca, il corpo fu nascosto in un punto profondo sotto l'altare maggiore, protetto da pesanti strutture in pietra e ferro.
Dopo 52 notti di scavi avvenuti in segreto, il 12 dicembre 1818 il corpo fu finalmente ritrovato sotto l'altare della Chiesa Inferiore della Basilica.
In quell'occasione i resti furono estratti per una breve verifica scientifica prima di essere riposti nel sarcofago di pietra visibile oggi.
Nel 1978 fu fatta una ricognizione scientifica per valutarne lo stato di conservazione. Cosi pure nel 1994 e nel 2015, ma queste ricognizioni sono sempre state private.
L'ostensione dei resti di San Francesco d'Assisi non è soltanto un fatto devozonale o culturale, ma un gesto che coinvolge la teologia del corpo, la dottrina della comunione dei santi, il senso della reliquia e il rapporto tra fede e sensibilità contemporanea. La Chiesa ha sempre venerato i corpi dei santi non come semplici resti mortali, ma come membra che sono state templi dello Spirito Santo.
Il corpo di Francesco, segnato dalle stimmate e consumato dall'amore per Cristo, è parte integrante della sua testimonianza. Mostrare quei resti ai fedeli può diventare un potente richiamo alla realtà dell'incarnazione: la santità non è un'idea astratta, ma si è realizzata in una carne concreta, in un'esistenza storica, in un uomo che ha camminato, sofferto e amato.
In un'epoca segnata dal virtuale e dall'immateriale come la nostra, la concretezza delle reliquie può restituire alla fede la sua dimensione incarnata.
Vi è poi un aspetto ecclesiologico. Francesco non appartiene soltanto all'Ordine che porta il suo nome, ma a tutta la Chiesa. La manifestazione pubblica dei suoi resti può essere interpretata come un gesto di comunione, un richiamo universale alla fraternità evangelica.
In tempi di divisioni e tensioni, la figura del santo di Assisi continua a parlare al mondo di pace e di riconciliazione. L'Ostensione può quindi assumere un valore simbolico forte, quasi un'epifania della santità come patrimonio comune del Popolo di Dio.

Suor Rossella
2026: 800 anni dalla morte di San Francesco, 800 anni del passaggio alla Vita di un uomo conosciuto come un alter Christus, un uomo definito dal suo biografo come colui che “Non era tanto un uomo che prega, quanto piuttosto egli stesso tutto trasformato in preghiera vivente.” San Francesco, il poverello di Assisi, proclamato nel 1939 patrono d’Italia da Pio XII, perché uomo riconciliato con Dio, con il creato e con i fratelli: uomo di pace.
Nato ad Assisi nel 1182 Francesco trascorre una giovinezza in maniera dissoluta. A vent’anni vuole essere cavaliere di Gualtieri di Brienne, ma a Spoleto ha un sogno in cui risuona forte la domanda se vuole seguire “il servo o il padrone”. Scosso dall’accaduto, comincia a comprendere che non è affatto chiamato alla guerra e alle crociate, e torna indietro, intraprendendo la strada della conversione. Inizia una vita diretta verso la carità, specialmente nella cura dei lebbrosi, e la preghiera. Nel 1205 assorto nella cappella di San Damiano, sente una voce, quella del crocifisso che sta contemplando, che lo invita: “Va e ripara la mia casa, che è tutta in rovina”.
Francesco quel giorno si perde nello sguardo del Crocifisso-Risorto e lo riconosce come lo sguardo più bello e più splendente che abbia mai incontrato: è il Cristo glorioso. Capisce così che il Signore chiama proprio lui a seguirlo nella povertà e nella conformazione a Cristo povero e crocifisso. Davanti a quel crocifisso nasce infatti una delle sue preghiere più belle: “Altissimo glorioso Dio, illumina le tenebre de lo core mio. Et dame fede dricta, speranza certa e carità perfecta, senno e cognoscemento, Signore, che faccia lo tuo santo e verace comandamento. Amen”.
È una preghiera questa che sgorga in lui nella notte oscura dell’anima, che chiede di essere illuminata, di ottenere senno e conoscimento per realizzare la volontà del Signore. È una preghiera di domanda, appello al Tu di Dio per riversarsi subito sull’io di Francesco che attende luce: “illumina, dammi, faccia”. Una preghiera che nasce in un tempo di crisi, di oscurità, dentro e fuori di sé. Sono gli anni in cui Dio forma e trasforma Francesco. Una dura esperienza di deserto e di fede, di tenebre e di luce. Non si arriva alla luce della fede e della Pasqua se non attraverso l’oscurità e la presa di coscienza delle proprie tenebre interiori: “Signore, tu sei luce alla mia lampada; il mio Dio rischiara le mie tenebre.”(Sal 18,29)
Se a San Damiano la visione di Cristo lo rapisce fuori dai sensi, poco dopo, alla Porziuncola, sogna di andare per il mondo a predicare la Passione del Signore gridando: “L’Amore non è amato, l’Amore non è amato”. E lo fa realmente.
Per tutta la sua vita Francesco sarà infatti infiammato dalla meditazione costante, giorno e notte, della Passione del Signore, nella quale, congiuntamente, venera il dolore e la letizia del Signore che dona la propria vita umana e divina ad ogni anima assetata. Ora Cristo vive in Francesco, (è risorto in lui, saremmo più abituati a dire oggi), in ogni suo pensiero, sentimento, azione. Tutto è in lui Cristo vivo: dall’ascolto della Parola del Signore, alle piaghe dei lebbrosi che fascia con delicata tenerezza.
Spesso Francesco ammaestra i suoi frati “con santi discorsi a celebrare continuamente la Pasqua del Signore, cioè il passaggio da questo mondo al Padre, passando per il deserto del mondo in povertà di spirito, come pellegrini e forestieri”. Passare nel mondo in povertà di spirito: ricchi cioè di quella beatitudine che – ce l’assicura Gesù – ci fa padroni del Regno.
Fare Pasqua, dunque, vuol dire saper accogliere con serenità gli eventi, accettando anche il dolore e la morte nella consapevolezza che essi non sono la meta definitiva. Fare Pasqua vuol dire trasformare il dolore in amore, senza masticare rabbia e meditare vendette, perché così ha fatto il Signore; vuol dire saper gioire delle piccole cose, contentarsi di quel che si ha, senza lasciarsi ardere dalla gelosia e dall’invidia; vuol dire amare la propria persona così com’è, perché è con la nostra povertà che Dio vuole realizzare grandi cose, come ha fatto con Francesco.
Francesco ci insegna anche ad esultare per la Pasqua di nostro Signore perché per lui la Pasqua è cantare la vittoria del Signore sulla morte. Nell’ufficio della Passione, il santo dedica un salmo intero a questa celebrazione. Il poverello invita a cantare il canto nuovo dell’agnello immolato e risorto perché la Pasqua è il giorno della manifestazione gloriosa della bellezza del Signore risorto.
“Cantate al Signore un canto nuovo,
perché ha fatto cose meravigliose.
Questo è il giorno fatto dal Signore:
esultiamo e in esso e rallegriamoci.
Cantate inni al Signore”.
Esultare, rallegrarsi, gioire, cantare!
Francesco ci spiega così il senso autentico della bellezza – ossia della Pasqua – quella che salverà il mondo. Non è bello ciò che piace, né tale è la forma perfetta o la simmetria tra le parti. È bello ciò che riconcilia, ciò che dona pace. La Pasqua, infatti, è l’inizio di un mondo nuovo, riconciliato, reso più fraterno. Francesco era bello, ed è bello, perché è un uomo riconciliato, è una creatura pacificata che pacifica. D’altronde il Cristo risorto è colui che per la prima volta chiama i discepoli fratelli e dona loro la pace e lo Spirito. Il canone della bellezza non è estetico ma redentivo: è bello ciò che ci salva, ciò che mi dona la vita per sempre. La Pasqua, per Francesco, è partecipare della bellezza del Signore Gesù, Crocifisso-Risorto, che più non muore ma che continua a donarci la sua vita nell’Eucaristia e a custodire i nostri cuori nella pace e nella riconciliazione.
Un giorno fra Masseo, il suo compagno di peregrinazione, gli chiede: “Perché a te? perché a te? Perché a te tutto il mondo viene dietro, e ogni persona pare che desideri vederti, ed udirti ed ubbidirti?” Tu non se' bello uomo del corpo tu non se' di grande scienza, tu non se' nobile, onde dunque a te che tutto il mondo ti venga dietro? ». Udendo questo santo Francesco, tutto rallegrato in ispirito rizzando la faccia al cielo, per grande spazio istette colla mente levata in Dio; e poi ritornando in sè, s' inginocchiò e rendette laude e grazia a Dio; e poi con grande fervore di spirito si rivolse a frate Masseo e disse: «Vuoi sapere perché a me? vuoi sapere perché a me? vuoi sapere perchè a me tutto 'l mondo mi venga dietro? Questo io ho da quelli occhi dello altissimo Iddio, li quali in ogni luogo contemplano i buoni e li rei: imperciò che quelli occhi santissimi non hanno veduto fra li peccatori nessuno più vile, nè più insufficiente, nè più grande peccatore di me, e però a fare quell' operazione maravigliosa, la quale egli intende di fare, non ha trovato più vile creatura sopra la terra, e perciò ha eletto me per confondere la nobiltà e la grandigia e la fortezza e bellezza e sapienza del mondo, acciò che si conosca ch' ogni virtù e ogni bene è da lui, e non dalla creatura, e nessuna persona si possa gloriare nel cospetto suo; ma chi si gloria, si glorii nel Signore, a cui è ogni onore e gloria in eterno.”
La chiave alla domanda che gli pone fra Masseo in questa occasione, il santo la porge dimostrando come la bellezza è nel donare riconciliazione, nel donare pace perchè la Pasqua è l’inizio di un mondo riconciliato e in pace. Un uomo riconciliato è infatti una creatura in pace. A Pasqua nasce la nuova fraternità, nasce la Chiesa, fatta di persone che si sentono amate e riconciliate con Dio e tra di loro per mezzo di Gesù Cristo, il Vivente.
Ad ognuno di noi, per questo tempo di Pasqua, giunga dunque la grazia dal cielo che ci rende tutti più belli, splendenti nel volto, perché segnati sulla fronte e nel cuore dal sangue dell’Agnello, il Crocifisso-Risorto.
Pace e bene, sono sr Rossella, originaria della bassa novarese, eremita diocesana francescana da quasi otto anni. Dall’8 settembre 2025 vivo nell’eremo annesso al Santuario della Madonnina di Gianico del quale mi prendo cura. Oltre al servizio al santuario svolgo una vita alternata tra preghiera personale e lavoro da svolgere in un clima di silenzio (scrittura icone e lavori di piccoli manufatti religiosi) e tempi di preghiera comunitaria a cui tutti possono partecipare.
- Alle ore 12.00 e alle ore 15.00: preghiera dell’Ora Sesta e preghiera dell’Ora Nona (tranne la Domenica che c’è il S. Rosario)
- Alle ore 17.00-18.00: Adorazione Eucaristica (tranne il martedì), segue preghiera del Vespro.
Inoltre mi rendo disponibile per colloqui personali e l’ascolto nei seguenti giorni e orari, suonando al suo campanello: Lunedì, Mercoledì, Venerdì e Sabato: dalle 15.00 alle 17.00. Per contattarmi telefonicamente il mio numero di cellulare è: 3343636250 (chiamare dalle 12.30 alle 13.30).
Nei periodi estivi è possibile vivere esercizi spirituali guidati per una o al massimo due persone per volta.
Vi aspetto con gioia!
Card. Giovanni Battista Re
La Madonna, che era rimasta appartata nei giorni dei trionfi di Gesù acclamato dalle folle per i suoi miracoli e discorsi, la troviamo accanto a Lui là sul Calvario ai piedi della croce.
L’evangelista San Giovanni racconta bene questo episodio, perché anche lui era lì insieme con la Madonna e le altre tre donne (la sorella della Madonna, la madre di Cleopa e Maria di Magdala).
Tutti gli immani dolori del corpo di Gesù, inchiodato alla croce, si ripercuotevano con angoscia nel cuore della Madonna, che assisteva impotente a tale strazio, associandosi col suo cuore materno alla passione del suo figlio e unendosi alla sua offerta al Padre celeste.
Là sul Calvario, negli spasimi terribili che comportava la crocifissione, l’ultimo gesto di Gesù prima di emettere l’ultimo respiro fu quello di farci un dono.
Consapevole che ogni cosa era stata ormai compiuta, dall’alto della croce, rivolgendosi alla Madonna, Gesù disse: Ecco tuo figlio. Poi rivolgendosi a Giovanni: Ecco tua madre.
Sono certamente parole ispirate dalla sollecitudine filiale di Gesù, che si preoccupava di non lasciare sua madre senza appoggio e senza difesa. Ma il senso vero del breve dialogo è più profondo e ci parla della funzione materna di Maria nella vita di tutti i credenti.
Gesù infatti, prima di affidare la Madonna all’apostolo Giovanni, affida Giovanni alla Madonna e in Giovanni affida tutti noi. O meglio, Cristo affida alla Madonna una maternità che si estende dall’apostolo Giovanni a tutti i cristiani lungo i secoli.
Il primo pensiero di Cristo morente non è stato per la madre, che da quel momento rimaneva sola, ma è stato per l’umanità, che ha bisogno dell’aiuto di una mamma: Donna, ecco tuo figlio. Soltanto dopo dice a Giovanni: Ecco tua madre.
La devozione alla Madonna ha le sue radici là sul Calvario. Le suddette parole di Gesù, pronunciate in quel contesto di sofferenze incomparabili, ci dicono che Cristo morente ha lasciato come dono all’umanità la sua madre.
Da quel momento, là a piedi della croce, la Madonna è nostra madre e noi siamo per sempre suoi figli. L’evangelista San Giovanni illustra bene questo episodio e ci fa sentire la grandezza di questo affidamento di noi tutti alla maternità della Beata Vergine Maria.
Da allora, nelle vicissitudini liete e tristi della vita, possiamo sempre contare sull’aiuto di una madre che è vicina a Dio e pertanto può intercedere per noi, e contemporaneamente è vicina a noi con materno affetto e nulla le sfugge dei nostri problemi e dei nostri affanni. Ella ci ama e ci guida a Gesù, aiutandoci a fare la volontà di Dio e a camminare nel binario dei Dieci Comandamenti.

25 gennaio - Processione con San Giovanni Bosco a Borno

1 febbraio - Giornata per la vita a Borno

15-16-17 febbraio - Triduo dei Defunti a Borno

8 marzo - Rinnovo promesse battesimali a Borno
Venerdì di Quaresima - Via Crucis con i ragazzi a Borno

Luca Dalla Palma
PRIMA E SECONDA LETTERA AI TESSALONICESI
La città fu fondata da Cassandro verso il 317 a.C. nei pressi dell'antica Terme e chiamata Tessalonica dal nome di sua moglie, sorella di Alessandro Magno. Era la principale città della Macedonia, ma anche al tempo dell’impero Romano mantenne la sua importanza, perché, oltre ad avere un importante porto commerciale, era attraversata dalla via Ignazia, la grande strada militare che da Roma andava verso l’Oriente. Con l’attuale nome di Salonicco è ancora oggi la seconda città della Grecia e un importante porto marittimo.
Il racconto della nascita della chiesa a Tessalonica lo troviamo nel libro degli Atti al capitolo 17 (1-10). La chiesa venne fondata verso il 51 d.C., durante il secondo viaggio missionario di Paolo.
Nella prima lettera Paolo ringrazia Dio per i credenti di Tessalonica, per come hanno accolto la buona notizia del Vangelo e sono divenuti, quindi, un esempio per altri che lo vorrebbero ascoltare. Nella prima sezione della lettera, l'apostolo spiega loro come affrontare con fermezza le avversità che stanno attraversando. La seconda sezione inizia con un’esortazione ad una vita santa. Paolo arriva poi a parlare del ritorno di Cristo e questo gli offre l’occasione per esortarli ad una vita vigilante. Il motivo di questa sezione, dedicata agli avvenimenti futuri, sembra dovuto alla preoccupazione di alcuni cristiani di Tessalonica per la sorte di quelli che, nella loro comunità, erano morti prima del ritorno di Cristo. Paolo chiarisce che coloro che muoiono prima di questo evento parteciperanno ugualmente alla sua venuta.
Passiamo adesso alla seconda lettera, scritta probabilmente pochi mesi dopo la prima. Anche in questo caso troviamo un accenno alla perseveranza dei cristiani di Tessalonica e al fatto che essi erano un esempio per gli altri. Sembra che alcuni credessero che il ritorno del Signore fosse già avvenuto; Paolo risponde parlando degli eventi che devono aver luogo prima di quel giorno. L’apostolo spiega che, prima che il Signore ritorni, devono realizzarsi due condizioni: ci dovrà essere l'abbandono della fede da parte di molti e l'Anticristo dovrà venire sulla terra.
Più avanti, Paolo affronta in particolare il problema di coloro che si rifiutavano di lavorare. Era giusto che i Tessalonicesi si preparassero al ritorno del Signore, ma alcuni di loro pensavano addirittura che esso fosse così imminente che non valesse più la pena di guadagnarsi onestamente la vita lavorando con le proprie mani. Paolo corregge i cristiani di Tessalonica, dicendo loro chiaramente che l’avvento del Signore non sarebbe stato immediato e li esorta a tornare a lavorare. Presenta, allora, come esempio di fatica e di autosufficienza economica il lavoro che egli e i suoi collaboratori avevano svolto mentre erano a Tessalonica.
PRIMA E SECONDA LETTERA A TIMOTEO
Il nome Timoteo letteralmente significa “colui che onora Dio”. Egli era un giovane credente di Listra (Atti degli Apostoli 16,1), nell’odierna Turchia. Godeva di una buona reputazione tra i credenti di quella regione, tanto che Paolo nel suo secondo viaggio missionario, ripassando da quelle zone, lo volle come collaboratore. Da allora lavorò fianco a fianco nell’opera del Vangelo con Paolo, il quale, a volte, lo mandava in missione con dei compiti particolari.
Nella prima lettera, Paolo manda al suo discepolo una serie di consigli pratici, per aiutarlo a trattare con saggezza i problemi che sorgevano nella comunità cristiana di Efeso. Ad Efeso le conversioni si moltiplicavano e i cristiani si riunivano in centinaia di piccoli gruppi in varie case, sotto la guida di alcuni anziani o vescovi. Sembra che il compito principale di Timoteo fosse quello di preparare gli anziani a svolgere il loro compito di cura pastorale, infatti Paolo fornisce un quadro completo delle responsabilità di un servitore di Dio.
La seconda lettera che Paolo scrisse a Timoteo è anche l'ultima di cui abbiamo testimonianza, cronologicamente parlando (siamo intorno all’anno 65), e possiamo considerarla il suo testamento spirituale. Paolo si avvicina alla fine della sua vita: è a Roma, ma stavolta incatenato come un criminale (2,9). Abbandonato da quasi tutti, attende il martirio (4,6).
Nel frattempo, i cristiani si perdono in chiacchiere inutili (2:16), ci sono quelli che si oppongono alla verità del vangelo (3,8), mentre alcuni addirittura se ne allontanano, sotto l’influenza di falsi insegnanti (4,3-4).
Così questi quattro capitoli contengono le commoventi esortazioni di un uomo di Dio, ormai vecchio, che trasmette le sue ultime istruzioni al discepolo Timoteo. Con fervore lo incoraggia a perseverare, a esortare i credenti, ad adempiere al suo ministero di evangelista. Paolo ricorda a Timoteo la grande eredità spirituale ricevuta dalla madre Eunice e dalla nonna Loide. Era stato chiamato ad essere guida per la chiesa, doveva farsi coraggio e lasciare da parte le sue paure.
Con una serie di brevi immagini, Timoteo riceve indicazioni da cui trarre ispirazione per forgiare il suo temperamento: per essere come un soldato, un atleta, un agricoltore, uno che sa soffrire, che sopporta la fatica. In 80 versetti Paolo descrive incisivamente le diverse caratteristiche della vera vita cristiana, rilevando che non si cammina con Cristo senza soffrire, e questo pensiero è come un riflesso dell’ultima esperienza che egli sta vivendo. Lo consola il fatto che può contare su Timoteo che è in grado di prendere il testimone dalla sua mano, quando egli stesso avrà terminato la sua corsa.
A chiusura della lettera, Paolo parla di se stesso, dando l’immagine di un uomo solo, abbandonato dagli amici, desideroso del suo mantello per scaldarsi e di riavere i suoi libri. Desidera avere una presenza amica nell’ora della prova e invita il suo caro Timoteo a raggiungerlo prima che arrivi l’inverno. C’è un tema che viene ripetuto e può essere usato come chiave di lettura. Per ben quattro volte l’apostolo usa l’espressione Non avere vergogna.
Questa frase è ancora oggi un'esortazione per ciascuno di noi: Cristo non ha avuto vergogna di insegnare, guarire, essere deriso, fustigato, ucciso per salvarci.


Don Stefano
Nel lontano 1972 la chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista in Borno si rivestiva di un nuovo pavimento e di una nuova collocazione del presbiterio. L’altare precedente, posticcio e mobile viene sostituito da un nuovo altare in marmo, ben costruito e composto da marmi simili all’altare maggiore e al rivestimento della Chiesa.
Con questa collocazione il presbiterio prende la connotazione definitiva dettata dalle indicazioni del documento del Concilio Vaticano II Sacrosantum Concilum, costituzione dogmatica sulla divina liturgia, dove si esprime l’esigenza di un cambiamento per quanto riguarda la celebrazione dell’Eucarestia con una particolare attenzione alla celebrazione dialogata in lingua italiana e con la partecipazione attiva dei fedeli.
Siamo difronte ad un linguaggio estremamente divino, ma arricchito dalla capacità della liturgia di essere fonte e culmine della vita della Chiesa. L’allora arciprete don Giuseppe Verzelletti è stato lungimirante nell’intervenire in questo senso, proponendo riflessioni e continui aggiornamenti sulla La voce di Borno. I Bornesi hanno risposto prontamente alla novità del Concilio Ecumenico che riguardava non solo la chiesa di Borno, ma il mondo intero, con donazioni e attenzioni di apprezzamento verso il lavoro svolto dalla premiata ditta COMANA di Bergamo, specializzata nella collocazione di marmi.
All’interno dell’altare durante la posa è stata collocata una pergamena in un astuccio di plastica che riporta questa dicitura:
«20-12-1972 sono terminati i lavori eseguiti in questa chiesa parrocchiale e cioè la pavimentazione nuova in marmo di tutta la superficie della chiesa stessa, compresi gli altari laterali e la ristrutturazione del presbiterio con il nuovo altare della celebrazione, l’ambone ricavato da precedente cattedra, il lettoriale, la sede, il basamento di sostegno per il crocefisso. Quest’opera è stata eseguita allo scadere del 9° anno di parrocchiato del sacerdote don Giuseppe Verzeletti, dalla rinomata ditta “Comana” di Bergamo con i suoi valenti operai coadiuvati da muratori dell’impresa edile “A. Arici” di Borno. I lavori iniziati il 9-10-1972 sono portati a termine il 20-12-1972 con il generoso contributo della popolazione, manifestazione di fede ed onore a gloria di Dio».
Il termine altare è specificato nel libro dei prenotanda (premesse generali) della liturgia sostiene che l’altare è l’elemento sul quale si rende presente nei segni sacramentali il sacrificio della croce ed è anche la mensa del Signore. Esso è il centro dell’azione di grazie che si compie nell’Eucarestia. Il termine altare deriva probabilmente da “alta ara” = bruciare, oppure nutrire e innalzare, perché vi si offrivano vittime sacrificali e incensi nelle antiche religioni.
Nei primi secoli l’altare dei cristiani era denominato mensa del Signore come ne parla san Paolo nella prima lettera ai Corinzi. Era composto da pochi elementi, principalmente di legno, per un facile smontaggio e utilizzo in luoghi diversi e in svariate circostanze.
Con la svolta di Costantino, con la quale il cristianesimo divenne religione dell’impero, si iniziarono a elevare altari fissi di pietra per ricordare la triplice presenza di Cristo che è altare, vittima e sacerdote. Importante è la posizione che poco dopo ha acquisito l’altare, al centro dell’assemblea. Il Concilio Vaticano II ha fatto propria la necessità di riprendere l’importanza dell’altare come elemento centrale e architettonico ideale della chiesa. Esso è l’area del sacrificio e la mensa intorno alla quale si riunisce la famiglia di Dio per il banchetto eterno e fraterno, ed è il cuore pulsante della celebrazione.
È segno privilegiato e permanente di Cristo, per questo è venerato e custodito con alcune azioni che competono ai ministri e ai fedeli: l’inchino, il bacio e l’incensazione.
L’altare della parrocchia di Borno nel 1973 è stato consacrato con il Sacro olio del Crisma nella celebrazione presieduta da mons. Gazzoli, vescovo ausiliare di Brescia, e arricchito della pietra santa.
Sopra di esso le tovaglie ricordano il sacrificio e il velo con il quale Cristo è stato coperto una volta collocato nel sepolcro. Per preservare l’importanza di questo elemento indispensabile per la comunità cristiana, si prescrive di fare molta attenzione al decoro e alla unicità che lo contraddistingue, ricordando Cristo che ha sofferto per i noi e a patito per il perdono di tutti i peccati del mondo. Non è un semplice arredo o un semplice tavolo di appoggio: è elemento estremamente simbolico, segno di unità e di carità.
Nella chiesa di Borno tutto questo è stato rispettato: l’altare in marmo, squisitamente arricchito da colori già presenti nell’arte della chiesa, è collocato vicino ai fedeli, in posizione sovrastata dove tutti possono raggiungerlo con lo sguardo. È la presenza di Cristo in mezzo ai suoi: “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono li in mezzo a loro” (Mt 18,20).
A noi il compito di custodire la nostra vita spirituale partendo da qui, dal centro della chiesa, dall’altare del Signore dove ogni domenica la comunità si riunisce in un solo vincolo di comunione, per offrire le gioie e i dolori degli uomini e donne di Borno che sperano nella salvezza eterna del Regno dei cieli.


1 Miktam. Di Davide.
Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio.
2 Ho detto al Signore: “Il mio Signore sei tu,
solo in te è il mio bene”.
3 Agli idoli del paese,
agli dèi potenti andava tutto il mio favore.
Moltiplicano le loro pene
quelli che corrono dietro a un dio straniero.
Io non spanderò le loro libagioni di sangue,
né pronuncerò con le mie labbra i loro nomi.
5 Il Signore è mia parte di eredità e mio calice:
nelle tue mani è la mia vita.
6 Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi:
la mia eredità è stupenda.
7 Benedico il Signore che mi ha dato consiglio;
anche di notte il mio animo mi istruisce.
8 Io pongo sempre davanti a me il Signore,
sta alla mia destra, non potrò vacillare.
9 Per questo gioisce il mio cuore
ed esulta la mia anima;
anche il mio corpo riposa al sicuro,
10 perché non abbandonerai la mia vita
negli inferi,
né lascerai che il tuo fedele veda la fossa.
11 Mi indicherai il sentiero della vita,
gioia piena alla tua presenza,
dolcezza senza fine alla tua destra.
Questo salmo viene proposto anche nella festa liturgica di San Francesco d’Assisi (4 ottobre)
* * *
Lo leggiamo più volte, specialmente nel tempo pasquale, ma è alquanto complesso e quindi adatto a più circostanze. Quale fu la sua origine e in quali circostanze?
Ovviamente dobbiamo rituffarci in qualche momento prima di Cristo, accanto a un ignoto ebreo uscito da un’esperienza di peccato e di conversione.
Chi parlava in quel Salmo?
Un ebreo – forse il re Davide – che si era lasciato incantare in qualche momento dal culto agli idoli del suo paese o del suo “io” ritenuti più potenti e più utili di JHWH; agli dèi potenti andava tutto il mio favore: ma poi se ne era allontanato con decisione, forse anche perché il loro culto comprendeva anche sacrifici e libagioni con immolazioni e sangue di uomini o addirittura di figli e figlie: Io non spanderò più le loro libagioni di sangue.
Da quella triste esperienza nacque la conversione: Ho detto al Signore: Il mio signore sei Tu, solo in te il mio bene…
Dalla conversione, una gioia nuova che coinvolge tutto del salmista: Per questo gioisce il mio cuore ed esulta la mia anima, anche il mio corpo riposa al sicuro.
Interessante questa – sia pure ancora embrionale – distinzione tra il cuore (sede e fonte di pensieri e decisioni profonde non solo sentimentali), l’anima (quel qualcosa di interno a ognuno, invisibile eppure reale e distinto rispetto ai sensi e al sensibile) e il corpo, il mio io concreto con le sue capacità anche fisiche di azione di relazione: che cosa infatti potremmo fare senza mani, piedi, bocca, orecchie…).
Spesso troviamo anche spirito, simile a anima, ma altre volte sembra indicare piuttosto il complesso dei doni di Dio aggiunti all’anima o al corpo come forza vitale per entrambi, per l’uomo intero; quindi, non si può parlare sempre di terminologia chiara per il complesso umano che siamo noi. A parte le tante volte in cui la parola “spirito” indica la forza vitale dello Spirito Santo.
Ora, il salmo 16 precisa la nuova situazione del corpo dopo la conversione: Non abbandonerai la mia vita negli inferi (luogo immaginario di tutti i defunti senza ancora distinzione) né lascerai che il tuo fedele/santo (pur stato peccatore) veda la fossa, cioè la morte e la corruzione conseguente nella fossa. Anzi mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena alla tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra.
A quale tipo di vita, di gioia piena, di dolcezza senza fine pensava quel salmista prima di Cristo, quando le idee sul dopo-morte erano ancora molto confuse? Forse nemmeno lui lo sapeva. Lo intuiva soltanto. Intuiva una nuova presenza di Dio dopo la morte. Più efficace e gioiosa della presenza godibile nel tempio e nelle assemblee del suo popolo. Intuizione che rimaneva aperta a nuove luci. Queste sarebbero spuntate dopo una certa pasqua.
Il Salmo 16 ebbe notevole risonanza non solo presso gli ebrei ma più ancora presso i primi cristiani. Negli Atti degli Apostoli, infatti, esso è richiamato espressamente in due discorsi. Uno di Pietro nella sua prima proclamazione del Vangelo a Pentecoste, l’altra con Paolo un sabato nella sinagoga di Antiochia di Pisidia.
Nella grande festa ebraica di Pentecoste, Pietro con il coraggio proveniente dalla forza infuocata dello Spirito Santo, proclama che quel miserabile crocifisso Gesù di Nazaret – “maledetto” secondo la legge mosaica – era tutt’altro che maledetto, era risorto da morte, asceso alla destra di Dio Padre, diventato Signore e salvatore di tutti.
Gli ascoltatori erano soprattutto ebrei, bisognosi anche di qualche conferma dalle loro sacre Scritture. A questo punto Pietro inserisce proprio un brano del Salmo 16, attribuito decisamente a Davide, ma per affermare che, in verità, non quel re scampò dalla corruzione della morte e della fossa, ma quel re crocifisso Gesù (At 2,22-34: testo interessante, anche perché almeno indirettamente conferma i Vangeli sul segno del sepolcro vuoto).
E qui Pietro invita tutti a quel tipo di conversione: credere in Gesù Cristo e su questa base unirsi alla comunità dei suoi discepoli, con i quali quel Crocifisso continuava a vivere e operare. Non era infatti un idolo morto, né un semplice libro di leggi e precetti, ma un Signore vivente e fonte di Spirito nuovo.
San Paolo, sulla scia del già convertito Pietro, un sabato – giorno caro agli ebrei, nel quale celebravano i ricordi del loro passato nell’attesa del sabato eterno con Dio – allarga il discorso di Pietro e sintetizza la storia appunto di Israele; anche Paolo rimarca in particolare la figura del re Davide, cita il Salmo 16 per proclamare anche lui che la vera liberazione da morte e corruzione del sepolcro avvennero solo con Gesù.
E conclude, in modo scandaloso per quella gente (solo per loro?), che nemmeno la pur santa legge di Dio ci rende giusti davanti a Dio, ma solo la fede in quel Crocifisso, è solo da lui che veniamo “giustificati-perdonati-salvati” e impariamo davvero anche ad amare. A questo punto anche ad Antiochia di Pisidia (attuale Turchia) spuntò una Chiesa, vivente dell’ascolto della Parola, della preghiera, della frazione del Pane, della vita comunitaria, con la gioia dello Spirito del Signore Gesù (At 13,16-51 e 2,42-47).
Don Giovanni Giavini
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Durante l’anno pastorale esistono diversi momenti che ci permettono di vivere l’atteggiamento bello della fraternità. In particolare di fraternità si parla nel momento dell’incontro, dello stare assieme per condividere la vita ordinaria di tutti i gioni, arricchita dalla diversità di ciascuno. È una sfida vivere questo atteggiamento all’interno dell’oratorio. Qualcuno ci prova!
Sia a Borno, sia a Lozio e a Ossimo diventa luogo di condivisione e di comunione reciproca ad esempio con una semplice merenda, con il gioco, il dialogo e con la preghiera che anima la parte più importante del tempo oratoriano. Gli adolescenti, i preadolescenti, i genitori, i bambini trovano un luogo diverso per dare spazio alla creatività e alla fantasia dell’incontro.
Nell’immaginario di un curato, questo luogo deve sempre più profumare di vita. Il pericolo è di spegnere questo profumo con la puzza di chiuso, di umido, di abbandonato. Nessuno vuole questo. La bellezza dell’incontro e del gioco caratterizza le estati, le primavere, l’inverno nevoso e l’autunno bagnato, in ogni stagione l’oratorio è casa per tutte le età.
Anche in questa prima parte dell’anno abbiamo vissuto tanti appuntamenti spirituali, di catechesi, di gioco, anche riunioni organizzative e di formazione.
Possiamo condividere una domanda: cosa mi riporta alla mente il pensare all’oratorio che vivo e che ho vissuto? Quali bellezze mi porto nel cuore? Cosa mi ha fatto crescere?
Fin da quando ero bambina l’oratorio è stato per me una seconda casa. Era il punto di ritrovo consueto di noi amici: qui trascorrevamo i nostri pomeriggi giocando a Memory o Forza Quattro, a calcetto e ping-pong, senza dimenticarsi delle partite a bandierina o le sfide a bina nel portico antistante la chiesetta di Sant’Antonio.
L’oratorio significava anche il catechismo del martedì con Suor Ida e le domeniche pomeriggio con i nostri animatori per la preparazione dei momenti più importanti dell’anno: i presepi viventi a Natale, i costumi e le scenette di Carnevale, la via Crucis del Venerdì Santo. Erano domeniche allegre e indaffarate e io le aspettavo con trepidazione per tutta la settimana.
D’estate, poi, l’oratorio si trasformava nel punto focale della nostra vita di ragazzini: il Grest ci permetteva di continuare a stare in compagnia dei nostri amici, vivendo momenti di gioco, gita e condivisione che ancora oggi sono ricordi preziosi che vengono rievocati ad ogni occasione di incontro.
L’oratorio mi ha accompagnato anche nella mia vita da adolescente: le prove del gruppo canto nel salone parrocchiale, gli incontri serali con i nostri animatori, quelli per la preparazione dei campo scuola o per l’animazione delle attività estive. Ho trascorso tante ore spensierate ma anche ricche di insegnamento, in cui ho imparato il valore delle parole amicizia, collaborazione, dono e gratitudine.
Questo, per me, è il vero significato dell’oratorio: un luogo di accoglienza e di condivisione, dove vivere esperienze di vita comunitaria all’insegna dell’educazione e della gioia.
Questo è anche il motivo per cui cerco di dedicare un po’ del mio tempo all’oratorio: perché i bambini, i ragazzi e i giovani di oggi e di domani possano continuare a godere di questo luogo speciale per crescere insieme divertendosi in amicizia.
Una collaboratrice dell’oratorio



Antonio Ducoli
Durante le vacanze di Natale, dal 28 al 30 dicembre, con gli oratori della Valle abbiamo vissuto la tradizionale uscita natalizia, quest’anno a Lubiana e Trieste.
Il primo giorno siamo arrivati a Portorose, in Slovenia, dove abbiamo alloggiato. Da lì, nei giorni successivi, siamo partiti per le varie visite. Il secondo giorno abbiamo visitato le Grotte di Postumia, che ci hanno colpito molto per la loro grandezza, e Lubiana, la capitale della Slovenia.
Il terzo giorno siamo stati alla Risiera di San Sabba, un luogo che ci ha fatto riflettere sulla storia dello sterminio nella seconda guerra mondiale, e infine abbiamo visitato Trieste, bella città affacciata sul mare.
Abbiamo terminato tutti insieme, con gli altri oratori della valle con la santa messa celebrata nel santuario di monte Grisa che possiede una straordinaria vista sulla città sul mare. È stata una bella esperienza trascorsa insieme come una famiglia. Un grazie a tutti coloro che hanno partecipato e organizzato.


Don Stefano
È risaputo che nella chiesa parrocchiale di Borno sono presenti stupende vetrate dipinte, eseguite negli anni ’50 del secolo scorso. Una di essere rappresenta il santo protettore della gioventù, dell’educazione e degli oratori, san Giovanni Bosco con accanto il piccolo san Domenico Savio. È stato don Aurelio Abondio, curato di Borno dal 1951 al 1962 a volere queste vetrate. La sua devozione e la devozione dei Bornesi ad alcuni santi in particolare è significativa. È interessante la storia della statua grande di san Giovanni Bosco rappresentato con le mani giunte in preghiera e con lo sguardo sorridente, quasi a comunicare la buona parola. La famiglia Miorotti Pietro di Borno la donò in ricordo del proprio figlio Albino deceduto in un incidente sul lavoro. Così viene riportato il ricordo del ragazzo nel giornale parrocchiale La voce di Borno: «Albino Miorotti di anni 25 alle dipendenze della società Palini di Pisogne, mentre attendeva al lavoro per il rinnovamento dei pali della luce elettrica nel comune di Sora in provincia di Frosinone, veniva colpito da scarica elettrica portandolo alla morte un ora dopo nel locale ospedale il giorno 10 ottobre 1954».
Un’altra statua più piccola rappresenta il santo dei giovani con un libro in una mano e l’altra rivolta al fedele, come se ci indicasse l’oratorio di Torino nella località di Valdocco dove tutto ebbe inizio. Quest’anno attraverso il consiglio e l’aiuto di don Alberto Cabras, curato di Borno dal 2005 al 2010 ora canonico della cattedrale, siamo riusciti a domandare al custode delle sante reliquie della nostra diocesi, una reliquia di san Giovani Bosco che mancava nella nostra parrocchia. Mons. Morandi ci ha donato con patentino di autentica una reliquia insigne, cioè autorevole, di don Bosco. Un piccolo frammento del suo corpo che arricchisce notevolmente la nostra intenzione e devozione verso questo santo, sempre attuale, maestro ed educatore che ancora oggi ha molto da suggerire e indicare alle nuove generazioni di ragazzi e genitori.
Per questo dobbiamo esprimere il nostro grazie, il nostro interessamento a tutto quello che riguarda l’oratorio o, meglio, tutto quello che riguarda i nostri oratori. Anche a Ossimo Inferiore è presente in chiesa parrocchiale un bella statua di don Bosco e l’oratorio è affidato alla sua protezione.
Apriamo il nostro cuore all’ascolto e alla bellezza di poter seguire e guidare i giovani nelle loro scelte e nelle loro esperienze di vita. Una donna anziana un giorno mi disse: «sto con in giovani, perché mi fanno stare giovane». E san Giovanni Bosco diceva: «Non basta amare i giovani, occorre che loro si accorgano di essere amati».

Suor Silvana
Nel 1991 tanti di noi sono andati a Roma per la beatificazione di M. Annunciata Cocchetti, Fondatrice delle Suore Dorotee di Cemmo. Pensando a quei giorni il primo ricordo che viene alla mente, e ancora ci fa sorridere, è stata quell’abbondante pioggia che ci ha colti di sorpresa all’uscita dalla Basilica di S. Pietro. Ma eravamo tutti felici e divertiti. L’esperienza e la grazia della celebrazione con papa S. Giovanni Paolo II ci aveva fatti capaci di superare con allegria anche l’inconveniente della pioggia.
E sono passati 35 anni. Si ricorda ancora M. Cocchetti?
La storia dice di sì perché ha concesso non ancora il secondo miracolo che tanti di noi, suore e persone devote, avrebbero desiderato, ma numerose grazie che per sua intercessione si sono avverate: coniugi che si sono affidati a lei per la nascita di un figlio, persone che l’hanno pregata per un intervento o guarigione difficile, chi per una grave situazione di famiglia o di pericolo scampato… La sua santità dà ancora risposte a chi la prega con fede perché interceda oggi sui nostri cammini.
Ma noi suore, dedite all’educazione e formate dal suo carisma, pensiamo che Annunciata sia ancora un’attuale maestra di educazione, soprattutto per le giovani generazioni e, in un aspetto trasversale, per tutte le età.
Se educare, educère dal latino, vuol dire tirar fuori le potenzialità che ogni persona porta in sé, noi adulti educatori siamo chiamati a non stancarci mai di sollecitare, col cuore più che con l’insistenza direttiva, i nostri ragazzi a tirar fuori da loro stessi il bene.
La ricerca sociale dice che oggi adolescenti e ragazzi soffrono di solitudine. Sono pochi i fratelli in famiglia, uscire di casa con gli amici dà inquietudine, il cortile come luogo di gioco e di incontro non c’è più. Così viene sempre meno il confronto umano tra coetanei, fonte di crescita, socializzazione, possibilità di misurarsi, di gestire i conflitti, esprimere emozioni, prendersi le prime responsabilità. E i nostri ragazzi, in alternativa, si rifugiano e passano molto tempo nei social.
Tirar fuori il bene da ciascuno è stata la pedagogia di M. Annunciata nella scuola di Cemmo e nei paesi della Valle dove andava per la formazione delle ragazze. Le conosceva tutte una per una, si interessava di loro, le accompagnava con saggezza e amore fino alle grandi scelte di vita e oltre. Era chiamata don Bosco della Valle perché anche lei aveva compreso e fatto suo che educare è cosa del cuore.
Ieri come oggi tirar fuori il bene è aiutare i ragazzi, portatori di animo generoso, ad aprirsi ai valori sociali, a formarsi un pensiero proprio non passivo sulle informazioni, a trasformare frustrazioni e sconfitte in opportunità per divenire più forti, a seguire una guida morale e desiderare un ideale alto di vita.
Madre Annunciata è ancora all’opera oggi in tempi così cambiati e spesso confusi. È vicina alle famiglie nelle loro vicissitudini, ai ragazzi che crescono desiderosa che abbiano un futuro luminoso, a tutto il mondo educativo e a noi adulti che ci mettiamo accanto a chi cresce. Sembra ci dica di non stancarci mai di accompagnare ciascuno sulle vie del bene che sempre danno frutti di fiducia, positività, riuscita, amore per la vita.
Annunciata Cocchetti nacque a Rovato il 9 maggio 1800 e qui fu battezzata l’11 dello stesso mese. Rimasta orfana a sette anni, fu educata cristianamente dalla nonna.
A 19 anni scelse di appartenere al Signore e si diede un programma di intensa vita spirituale.
Voleva consacrarsi tra le figlie di S. Maddalena di Canossa, ma il Signore le aveva preparato un’altra strada.
Dai 25 ai 31 anni visse a Milano, tra la borghesia della città, dove rifiutò ogni proposta di matrimonio e si mantenne fedele al suo ideale. La volontà di Dio le preparò la missione educativa e la consacrazione a Cemmo in Valcamonica.
A 42 anni poté finalmente consacrarsi tra le suore Dorotee e dare inizio alla sua Famiglia religiosa. La formò all’unità di vita nella contemplazione e nell’azione educativa per preparare donne umanamente e cristianamente mature per la scuola, la famiglia e l’apostolato parrocchiale della Pia Opera di S. Dorotea.
Morì a 82 anni il 23 marzo 1882.
di Piera e Aurora
Ritrovarsi insieme un numeroso gruppo della nostra comunità di Borno per il pellegrinaggio a Roma, ci ha dato modo di vivere un'esperienza positiva sotto tutti i punti di vista.
È stato bello trascorrere tante ore insieme, conoscere più a fondo persone che durante la vita di ogni giorno si conoscono solo attraverso un freddo buongiorno o buonasera.
Avere l'occasione di riunire, come la sera del sabato 20 aprile, tante persone della nostra valle, spesso sconosciute, per prepararci in allegria a celebrare l'evento straordinario della beatificazione di Madre Annunciata Cocchetti, fondatrice delle suore di Santa Dorotea di Cemmo, ci ha coinvolti tutti da vicino essendoci, quasi in ogni paese, la presenza costante e preziosa delle suore Dorotee.
E che dire della celebrazione della domenica 21 aprile: straordinaria! Solo entrando nella Basilica di S. Pietro ci si sente invadere da una sensazione inspiegabile, nuova, fuori dal comune; forse dettata dalla grandiosità del luogo o dagli avvenimenti che lì sono accaduti o dall'evento straordinario della beatificazione.
Noi, spesso chiamati scherzosamente “montagnini” e non abituati a vedere tali meraviglie, gustavamo tutto cercando di non tralasciare nemmeno i minimi particolari.
Vedere passare a pochi passi da noi, il Santo Padre è' stato emozionante! Ci sembrava di essere sospesi nell'aria, un'agitazione interna, il pianto nel cuore che sale fino a velarti gli occhi, sulle labbra un sorriso dettato da una gioia immensa, una favola, un sogno.
Anche la gente vicino a noi mormorava: “È tutta un'altra cosa vederlo dal vivo e vivere di persona ciò che vedi solo alla televisione. La celebrazione durata circa due ore, ma sinceramente ci sono sembrati pochi minuti tanto eravamo prese dal susseguirsi di emozioni particolari e nuove.
Ci dicevano che la beatificazione avrebbe entusiasmato soprattutto le suore Dorotee, ma sbagliavano perché ci siamo trovati tutti coinvolti e contagiati dall'euforia delle nostre suore.
Suor Ida entrando nella Basilica di S. Pietro continuava a ripetere: “Che emozione! Quando si viene a Roma il tempo che si dorme è tutto sprecato”.
Il viaggio di andata e ritorno è stato allietato, oltre che dall'allegria generale, dalle battute scherzose di suor Ida e abbiamo avuto l'occasione di conoscere più a fondo il nostro parroco (don Giuseppe era arrivato a novembre 1990 n.d.r.), scoprendo in lui una persona disponibile, allegra e un provetto cantante.
Cüntomela Estate 1991


Sara Saviori
Tutti ricordiamo come anni fa i nostri oratori fossero pieni di vita, di bambini allegri e di famiglie propositive e piene di entusiasmo. Forse alcuni di noi ricordano le feste di carnevale, con le sfilate per le vie del paese e poi le merende e i giochi nei locali e nel campetto dell’oratorio… oppure le domeniche o i sabati sera a giocare tutti insieme o a guardare qualche film con gli amici.
L’oratorio di Ossimo Superiore fino a qualche anno fa era tutto questo, ma ultimamente, purtroppo, è rimasto un locale vuoto, utilizzato solo per qualche sporadica festa di compleanno durante i fine settimana. Il locale è molto bello e si presta a diversi utilizzi. È stato ricavato alcuni anni fa al piano terra dello stabile che ospita la scuola dell’infanzia. All’esterno un grande cortile recintato e chiuso da cancelli permette a bambini e ragazzi di giocare in sicurezza. Questo cortile ospita un piccolo campo da calcio, un piazzaletto per giocare a pallacanestro e uno spazio adibito a parco giochi, quest’ultimo rimodernato completamente alcuni anni fa con giochi nuovi e a norma. Ad oggi è utilizzato molto dai bambini della nostra scuola dell’infanzia.
All’interno l’oratorio ha un salone per i giochi e le feste e una cucina attrezzata con un piccolo ripostiglio e i servizi igienici. Tutto ciò che serve per ospitare bambini, giochi e divertimento se non fosse che ultimamente ci si è resi conto che il locale era trascurato: i giochi che c’erano erano quasi tutti rotti e sporchi (molti giochi da tavolo purtroppo sono stati gettati via proprio perché ormai rotti o con pezzi mancanti); la cucina era disordinata e sporca, come sporco era il pavimento e il resto degli arredi; il magazzino era quasi inaccessibile per il disordine che c’era.
Certo un luogo così mal tenuto non invoglia nessuno a portare i propri figli a giocare. È vero che qualche festa di compleanno veniva organizzata e forse alcune delle famiglie che le organizzavano aveva anche il buon cuore di ripulire un po’, ma necessitava di una riorganizzazione e una pulita profonda. Questo lavoro è stato fatto alcuni mesi fa. Ora l’oratorio ha un magazzino ben organizzato con scaffali nuovi, una cucina pulita, uno scaffale con giochi da tavolo, costruzioni e colori ripulito e ben sistemato e un pavimento splendente! Anche il vecchio tavolo da biliardo e il bigliardino sono stati puliti e sono pronti all’uso! Sono state tolte anche tutte le ragnatele! Infine una bella rinfrescata alle pareti con della pittura fresca e l’oratorio ha cambiato volto!
Ora l’invito è ad utilizzarlo con cura e responsabilità, seguendo alcune piccole regole di convivenza lasciando il locale come lo si vorrebbe trovare: pulito e ordinato. Sono stati acquistati anche detersivi, scope e stracci nuovi, pronti all’utilizzo!
Non lasciamo che il lavoro fatto sia stato inutile! Sarebbe bello che il nostro oratorio, ora che è come nuovo, venisse utilizzato non solo sporadicamente per le feste di compleanno, ma settimanalmente, durante i fine settimana, come ritrovo per bambini, ragazzi e famiglie! Pertanto le mamme e i papà che avessero voglia di ritrovarsi con i loro figli e amici per ridare vita a questa bellissima realtà possono contattare la parrocchia che volentieri offrirà il locale per feste e divertimento!


Don Giovan Maria Spiranti
Nasce ad Edolo Mu il 4-3-1915.
Ordinazione sacerdotale: 7-6-1941.
Nomine:
- dal 1941 al 1944 vic. parrocchiale a Corteno;
- dal 1944 al 1946 vic. parrocchiale a Edolo.
Trasverito ad Ossimo Inf.:
- dal 1946 al 1948 rettore;
- dal 1948 al 1955 vicario economo;
- dal 1948 al 1955 Parroco.
Muore ad Ossimo Inf. l'8-3-2001 dove viene sepolto.
Dall'omelia di don Aldo Delaidelli
(S. Messa del 7 marzo 2026)
“Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunziato la parola di Dio; considerando attentamente l’esito finale della loro vita, imitatene la fede. Cristo è lo stesso ieri, oggi e per sempre! Non lasciatevi sviare da dottrine varie ed estranee” Ebr. 13,7-8
Noi oggi siamo qui a ricordare don Giovanmaria che per 46 anni è stato vostro parroco. Ma che significa ricordare? Riportare al cuore del nostro pensiero, della nostra memoria, ma non per vivere di nostalgia, bensì per trarre stimolo a vivere in pienezza l’oggi e guardare con fiducia al domani.
Senza memoria di chi ci ha preceduto, di quanti hanno lavorato, sofferto, pregato e amato rischiamo di condannarci all’insignificanza, ad essere come alberi senza radici. Ecco perché è doveroso ricordare questo sacerdote, questo vostro parroco.
Altri più estesamente di me diranno di lui, della sua vita, delle sue opere; io vorrei semplicemente ricordare alcuni tratti della personalità di questo sacerdote che ancora oggi parla al mio cuore. Don Giovanmaria è stato un uomo e un prete a tutto tondo. Il più bell’elogio che si può fare di una persona consacrata per me è: “L’e ‘n’om, l’e na fonna!”.
Un uomo di fede e di preghiera. Lo ricordo quando veniva all’Eremo per il ritiro mensile dei sacerdoti. Arrivava sparato, ma poi il silenzio meditativo e la preghiera erano la sua occupazione per tutta la mattinata.
Un prete attento alle vocazioni. Don Lino e don Cesare, don Pezzoni con il defunto don Girolamo, le tante religiose delle quali sarebbe lungo citare il nome, ne sono una testimonianza. Quale piccola parrocchia come questa poteva vantare di aver donato alla chiesa quattro sacerdoti? Don Giovanmaria ne era fiero. A chi parla con immagine aulica che il seminario era un semenzaio di vocazioni poteva dire come don Giovita Beschi parroco di Acqualunga: “me ga n’o ‘na cola”.
Un uomo, un prete dal carattere forte e burbero, ma dal cuore grande pronto a correre per chiunque avesse bisogno.
Un prete non rinchiuso nella sagrestia, ma attento ai problemi della società. Il suo interessamento per i nostri emigrati, per quanti avevano bisogno di aiuto per sbrigare una pratica in qualche ufficio, per ricovero in ospedale… ma senza mai dimenticare il suo essere prete responsabile della formazione morale della sua gente. Dal pulpito ogni tanto tuonava, tenace e irremovibile come era, circa i principi della fede e della morale. Ricordo una serata per i giovani con Mons. Rossini, del Pro Familia per la preparazione al matrimonio cristiano.
Dicevo, attento ai problemi sociali e politici. Quante animate discussioni, quante prese di posizione anche non condivisibili, ma sempre rispettose della persona. A questo proposito, mi sia concesso citare una sua lettera (che poi lascerò all’archivio parrocchiale) quando i preti della zona lo avevano designato come responsabile della Commissione per il mondo del lavoro:
Carisssimo don Aldo Delaidelli,
non ti sorprenda questo mio scritto e neppure il suo contenuto. Non ci siamo conosciuti solo ora, ma da diverso tempo e non eravamo ancora confratelli nel sacerdozio.
Senti, mi spiace proprio ma devo rinunciare all’incarico che i confratelli avevano segnalato nel nostro Gruppo di Lavoro. Ti assicuro che non lascerò la cordata, ma non mi sento più capace proprio per impossibilità nel comprendere e vivere l’oggetto di questo impegno. Come si usa dire oggi, mi sono trovato incapace di incarnare il problema, non posseggo e non vivo quel tormento del lavoratore, come dovrebbe viverlo il prete, non riesco a trovare questa sensibilità per poter operare in argomento…
Ora, concludendo, di fronte a questo stato d’animo maturato dalle riflessioni e dai rilievi, è impossibile procedere. Devo dire il mio grazie sentito a tutti i confratelli. Non mi metterò certamente a fare il rivoluzionario perché ormai son troppo vecchio e poi non credo di appartenere ai borghesi, anche solo perché, fino a qualche anno fa, era la famiglia che mi manteneva.
Sarà bene che mi riorienti verso la mia gente, mondo operaio di serie B, perché non fanno parte, loro della sensibilità del mondo operaio di serie “A”, stabilimenti e città. I poveri contadini, artigiani, operai edili, emigranti non meritano che per loro si soffra i tormenti del loro problema.
Ti saluto, ti ringrazio per tutto, così come saluto e ringrazio tutti gli altri confratelli.
Eravamo nel tempo delle grandi tensioni e problematiche sindacali che scuotevano anche la Valle e don Giovanmaria faceva fatica a seguirle. “Il prete, diceva, bisognerà che rafforzi la fede nella Provvidenza divina”.
Da ultimo un riferimento personale. Quando fu reso pubblico il mio trasferimento dall’Eremo a Edolo mi disse: “Me so content per el me paes, ma ché? Ma ché?” Riferendosi all’Eremo. Aveva ben capito il perché della mia… promozione da parte del vescovo Foresti.
Concludendo Papa Giovanni parlando della Chiesa ebbe a dire: “La Chiesa è come la vecchia fontana del villaggio, che disseta le varie generazioni. La fontana resta. Noi cambiamo”. E il Pascoli ne La quercia caduta “Ognuno loda, ognuno taglia. Ognuno a sera col suo grave fascio va…”.
Don Giovanmaria è stato per Ossimo Inferiore e possiamo dire anche per la Valle la fontana che ha dissetato varie generazioni, la quercia da cui molti hanno tagliato, anche senza lodare. L’auspicio è che la sua memoria rimanga in benedizione e venga tramandata.
Don Aldo


Oliviero Franzoni
Quando il parroco don Paolo mi ha chiesto di svolgere un breve, conciso intervento nella cornice di questa semplice commemorazione di don Spiranti ho istintivamente sospeso l’adesione sentendomi coinvolto emotivamente dal ricordo e avendo timore che risultasse un poco fuori luogo aggiungere in chiesa parole che potevano suonare inappropriate e disturbare la necessaria atmosfera di raccoglimento e lo svolgersi sereno della normale liturgia. Mentre esprimevo a me stesso queste fondate e cogenti perplessità, mi spingevano in tutt’altra direzione le pressanti ragioni del cuore che, alla fine, hanno prevalso. Pertanto, eccomi qui a condividere qualche rapido pensiero, con la precisazione che di don Giovan Maria non intendo tessere un encomio aulico, disegnare un santino da portafoglio o cantare una stucchevole orazione agiografica. Mi soffermo solamente su alcuni passaggi della sua ricca e complessa biografia, peraltro in parte già disponibile in un vecchio quaderno redatto nel 2002 da chi vi parla con la collaborazione del compianto don Girolamo Morelli e il sostegno di diversi enti e amici, di cui in casa parrocchiale dovrebbero esserci ancora copie da mettere liberamente in mano a chi volesse approfondire la materia.
Da ragazzo, agli inizi degli anni Trenta del Novecento (era nato il 4 marzo 1915 a Mù, comune autonomo fino al 1927 quando venne forzatamente aggregato in via definitiva a Edolo), per ragioni legate all’attività professionale della famiglia, egli si trovò a risiedere nel lodigiano dove, tra le grosse borgate di Codogno e Casalpusterlengo, completò le scuole primarie e gli studi fino al ginnasio. Qui entrò in contatto con l’educatore piemontese Gesualdo Nosengo, assistente presso l’Università Cattolica di Milano, esponente del personalismo cristiano e fautore di uno stretto rapporto tra pedagogia e istruzione religiosa, vieppiù di fronte al dilagante neopaganesimo professato dalle emergenti dittature – a est, come a ovest – che stavano per far finire in modo tragico quella nobile e antica tradizione civile e umanistica, già duramente provata dai disastrosi effetti della prima guerra mondiale, che aveva avuto l’estremo argine nella mitteleuropa asburgica, sostanzialmente tollerante verso tutte le sue articolate componenti, sovranazionale e cristiana, nel solco e secondo lo spirito interpretato da grandi pensatori e fini letterati (quali, ad esempio, Novalis e René De Chateaubriand, fino all’intensa tradizione ebraica dei vari Joseph Roth e Stefan Zweig). Giovan Maria, allora poco più che quindicenne, venne coinvolto nell’organizzazione giovanile denominata Banda del Grappolo, fondata in chiave scolastica dal Nosengo, la cui attività destò l’asfissiante vigilanza delle occhiute autorità fasciste e ripetuti controlli da parte della Questura di Milano, al punto che il suo inventore dovette prudentemente cambiare aria e rifugiarsi tra le protettive mura vaticane dove altri intellettuali di orientamento cattolico avevano – nel frattempo – trovato ospitale, provvidenziale ricetto.
PISTA
Questi adolescenti avevano adottato il motto PISTA, ispirato al grido della vittoria in uso nel movimento scautistico, acronimo di Paremus Jesu semitas tenacissimo ardore, nella traduzione letterale di “Prepariamo a Gesù i sentieri con il più grande ardore”, un passo che riecheggia l’inizio del Vangelo di Marco dove si evocano il profeta Isaia e l’opera del precursore Giovanni Battista: Preparate la via per il Signore, spianate i suoi sentieri. L’acronimo PISTA si trova spesso menzionato nelle corrispondenze di don Spiranti – che nella banda Nosengo portava il soprannome di Fiammanera – e verrà ampiamente utilizzato nell’ambito del movimento resistenziale di area cattolica facente capo all’apparato delle Fiamme Verdi.
Proprio ai cruciali anni giovanili rimonta la maturazione in lui di sentimenti antifascisti – del resto precocemente e convintamente assai diffusi tra il clero camuno – e la nascita di una spiccata sensibilità verso le istanze della formazione e dell’impegno sociale. Se la prima parte del motto – Prepariamo le strade al Signore – appare sollecitazione scontata per ogni buon cristiano, ancorché per uno che si stava orientando al sacerdozio, la seconda parte – tenacissimo ardore – ne divenne il tratto distintivo, la tintura che ne ha sempre rivestito le azioni, la cifra che lo ha accompagnato nella vita, il bollino di qualità – per così dire – che gli è rimasto appiccicato e ne ha segnato indelebilmente l’esistenza. Nel facile latinetto tenacissimo ardore non ha bisogno di traduzione, rappresenta il vento vivo e il fuoco inestinguibile dello Spirito, la passione indistruttibile, il fervore instancabile, l’ansia generosa di dedicarsi al bene del prossimo, il vulcanico dinamismo, l’entusiasmo contagioso, la fiamma amorosa, la forza penetrante, salda e costante che egli ha coniugato in mille sfumature creative nelle molteplici e non facili situazioni che sarà chiamato a fronteggiare nella sua lunga vita.
CORTENO E EDOLO
Eccolo quindi a camminare con tenacissimo ardore, fresco pretino con scarpe grosse e tonaca alla buona, tra le disagiate e sperdute contrade di Corteno e poi a Edolo per dedicarsi all’apostolato del catechismo a beneficio di numerose classi di ragazzi e fanciulli e per coadiuvare i parroci locali nelle stagioni buie della guerra, nei rigori degli inverni pieni di neve e ghiacci. E ancora, con tenacissimo ardore negli stessi anni lo vediamo impegnato, a rischio della vita e senza badare ai gravosi disagi, a svolgere una fondamentale attività di sostegno spirituale e di collegamento tra le formazioni partigiane che agivano soprattutto nell’area del Mortirolo, ma anche in Val di Lozio, e il comando valligiano delle Fiamme Verdi, insediato presso la canonica dell’arciprete di Cividate don Carlo Comensoli, di cui a breve ricorre il cinquantesimo della morte, accanto ad alcuni amici sacerdoti, tra cui il padre Luigi Rinaldini dell’Oratorio filippino della Pace di Brescia, i curati di Ponte di Legno don Giovanni Antonioli e di Vezza d’Oglio don Antonio Mario Marniga.
Eccolo a raccogliere, implorare con coraggio e fermezza la consegna e ricomporre a degna sepoltura le spoglie dei tanti giovani caduti per la libertà, dei ribelli per amore dell’ora beato Teresio Olivelli rimasti uccisi su per le mute balze e i solinghi declivi del Mortirolo, a esercitare pietà umana e cristiana anche verso le salme dei morti repubblichini e a soccorrere le vittime dei bombardamenti aerei su Edolo; lui che aveva visto morire amici fraterni, come Giovanni Venturini Tambìa e Emiliano Rinaldini, che aveva assistito a tradimenti e comportamenti infami e meschini che potevano velare e far vacillare anche le coscienze più granitiche e robuste, lui – vincendo la tentazione di coltivare sentimenti di odio o di rivincita, con un insegnamento che mantiene intatta tutta la sua brillante carica etica – guardava a quei tristi avvenimenti e a quel plumbeo periodo con atteggiamento sereno ed equilibrato, con moderazione e quasi con benevolenza, con gratitudine per la grandezza spirituale e la levatura umana degli incontri, per l’appagante tesoro delle amicizie, saldo nella cristallina, netta scelta di campo. Durante quel drammatico periodo strinse una forte intesa spirituale con il bresciano professor Vittorino Chizzolini, insigne figura di educatore e di cristiano esemplare in cui si manifestava visibilmente la presenza del soprannaturale, una vera e propria trasparenza di Dio, incamminato a salire alla gloria degli altari, che anch’io ho avuto la rara fortuna e il singolare privilegio di conoscere e di praticare nei suoi ultimi anni di vita.
Da quando ricevette l’ordinazione presbiterale nella cattedrale di Brescia il 7 giugno 1941, don Giovan Maria manifestò fedeltà e tenacissimo ardore ai compiti del proprio ministero sacerdotale, si mantenne scrupoloso negli uffici della pastorale, devoto e attento al culto, al decoro della chiesa, alla catechesi e alla predicazione, consumando la propria vita avvolto nella sacralità della missione, dandosi da fare, sempre in moto, unendo alla genuina impostazione di prete vecchio stampo la sincera attenzione per la modernità e le aperture al nuovo, ai mezzi della stampa, dell’informazione, della fotografia, dello sport. E come non ricordare il tenacissimo ardore messo nella guida zelante ed energica per 46 anni della nostra piccola realtà per la quale, subito, appena arrivato, caparbiamente brigò negli uffici della Curia vescovile onde ottenere il rango di parrocchia, finalmente conseguito nel 1948 dopo secoli di frustranti tentativi.
OSSIMO
Il suo nome rimarrà per sempre nella storia di Ossimo: ha accompagnato la crescita della comunità, ha sollecitato il mantenimento della fede, la diffusione della moralità, l’esercizio della devozione popolare, non si è mai sottratto alla sana e – a volte – scomoda correzione fraterna. Ha sistemato la chiesa parrocchiale e quella sussidiaria, si è impegnato per l’asilo San Giuseppe e il riattamento della cappellania, ha realizzato la costruzione di una casa per le opere parrocchiali e ha concorso addirittura a promuovere il tracciato del primo tratto della strada di collegamento verso il convento francescano della santissima Annunciata, in accordo con l’operoso guardiano padre Crispino da Treviglio, tramite l’attuazione di cantieri di lavoro finanziati da provvidenze governative, così favorendo l’occupazione e la qualifica professionale degli operai del paese. Pastore a tutto tondo, è stato infermiere, autista, consulente del lavoro e per le pratiche sociali, economo, ragioniere, maestro, promotore di iniziative a favore di giovani, famiglie, missionari. Ha lavorato intensamente per le vocazioni e ne è stato ripagato con abbondanza di frutti: ben quattro sacerdoti (tre diocesani e un religioso) e un nutrito nugolo di suore.
GENTE CAMUNA
Ha innestato e tradotto tenacissimo ardore nella passione per le opere di assistenza sociale e nella partecipazione altruistica e attiva in tanti enti e luoghi, battendosi per la difesa del sistema democratico sorto dopo la conclusione della guerra, consolidato nel 1948 dalle prime libere elezioni politiche. Ha collaborato con vari patronati, si è fatto portavoce dei problemi degli emigranti valligiani, si è accostato al dolente universo degli invalidi del lavoro, ha partecipato alla fondazione e alla vita di molti sodalizi, tra cui gli Alpini, l’Associazione degli Emigranti Gente Camuna (impegnandosi nella redazione e spedizione del relativo giornalino periodico), è stato cappellano nazionale dei Mutilati e Invalidi del Lavoro, vice presidente e consigliere dell’AVIS Malegno–Ossimo–Borno–Lozio, consulente ecclesiastico e consigliere del Centro Sportivo Italiano di Valle Camonica, membro del Consiglio Provinciale dei Patronati Scolastici, sodale in altre entità di minore rilevanza.
Personalità poliedrica, adamantina, rocciosa, dalla battuta pronta, fulminante ed efficace, dotato di temperamento che poteva sembrare a tratti ruvido e spigoloso quando invece era fatto di pasta autentica, franca e sincera, uomo per niente incline alla dissimulazione e poco amante delle formalità, concreto e di gran cuore, ha sempre agito con “scienza e intelligenza”, secondo il dettato delle Sacre Scritture, senza risparmiare energie e applicazione per il bene della comunità.
Se non possiamo, o – meglio – non vogliamo fare altro, qualcosa di materiale, di visibile, a noi rimane almeno l’obbligo morale – questo sì – di ricordarlo nella preghiera, con affetto, gratitudine e rispetto, magari mettendoci un poco di quel suo proverbiale tenacissimo ardore: alla sua memoria non potrà che venirne del bene, ma – sono sicuro – farebbe molto bene anche a noi e alla comunità intera.




Franco Peci
Si intitola semplicemente così il libro che Alessandro Barbero – professore di storia e volto noto anche in televisione e in internet – dedica ad uno dei santi più conosciuti e, forse, nel corso dei secoli più strumentalizzato, più tirato per la giacca o, in questo caso, per il saio. Nell’introduzione l’autore ricorda ad esempio come nel 1926, in occasione dei 700 anni dalla sua morte, ci fu un prete che paragonò Mussolini al poverello di Assisi, o viceversa annota con la sua vivace ironia Barbero.
Esaminando in ogni capitolo un documento delle cosiddette Fonti Francescane – dalla Vita prima di Tommaso da Celano alla Leggenda Maggiore di Bonaventura, passando ovviamente per lo stesso Testamento e gli scritti su santa Chiara – l’autore, sempre con la sua vivacità di raccontare la storia come fatti quotidiani integrandoli con note, abitudini e rimandi storici sul periodo in cui visse il santo, mette a confronto le varie biografie per far emergere analogie ma anche differenze su come gli stessi episodi siano stati proposti in modi diversi e per far risaltare aspetti diversi.
Gli spunti più conosciuti e più da santino ecologista che dialogava con gli uccellini, uomo mite e di pace che con le stimmate, forse poste troppo in evidenza, si è ritrovato pienamente conformato a Cristo, emergono soprattutto dalla Legenda Maior.
A quarant’anni dalla morte di san Francesco (e, quindi, anche dei diretti testimoni), san Bonaventura raccolse tutto il materiale precedente, rielaborandolo come meglio credeva per attenuare certe caratteristiche (vedi la precedente insistenza sulla povertà) non in linea con l’andamento che l’ordine stava prendendo. Il prof. Barbero scrive che con Bonaventura e la sua biografia piena di eventi miracolosi, Francesco diviene un santo più da ammirare che da imitare, più angelico che uomo.
Per fortuna l’intenzione di Bonaventura di scrivere una buona leggenda (l’autore ci ricorda che nel medioevo quest’espressione significava opera da leggere e non opera non storica o di fantasia come la intendiamo noi adesso) e eliminare tutte le biografie precedenti non si è realizzata.
Proprio queste ci raccontano di un uomo quasi ossessionato (aggettivo mio) dal vivere nella più estrema povertà (i frati dovevano possedere solo una tonaca, la corda e le mutande), ma che, anche se stava facendo una delle sue tante quaresime nello stesso anno, non esitava a mettersi a tavola e mangiare di notte insieme a un frate malato per invogliarlo a prendere cibo senza farlo vergognare di sentirsi privilegiato; un uomo che mortificava rudemente il suo fisico (in linea con certe spiritualità dell’epoca), ma che esortava gli altri frati a non trattare troppo male il loro fratello corpo; un uomo che si era dimesso da ministro dell’ordine che aveva fondato per essere minore e obbedire agli altri, ma che all’occorrenza non esitava ad impartire ordini e che, a volte, si arrabbiava e rispondeva per le rime. Era l’uomo della lode e della letizia ma, fra regola bollata e non bollata, prelati che a volte lo veneravano e a volte lo disprez- zavano, così come i suoi frati sempre più numerosi ma non sempre fedeli alla sua idea di povertà e semplicità, alla fine non doveva essere stato troppo entusiasta della strada che l’ordine stava prendendo.
Anche sulle stimmate e sulla quantità dei miracoli a lui attribuiti prima e dopo la sua morte le prime biografie – che raccontavano eventi ed episodi più che dilungarsi su commenti moralistici come poi fece Bonaventura – sono molto più sobrie, mettendo in evidenza come il beato padre (così lo chiamava Tommaso da Celano) non amava parlare delle stimmate e tanto meno mostrarle.
Da questi contrasti fra gli scritti dei frati che l’avevano conosciuto e la Legenda maior è nata la cosiddetta questione francescana – citata da Barbero solo nelle note raggruppate alla fine del libro – su come e se era davvero possibile ricostruire la vicenda storica vissuta da san Francesco d’Assisi.
Il libro di Barbero termina con un capitolo breve ma molto interessante in cui si fa notare come il famoso episodio di san Francesco che ammansisce il lupo di Gubbio, non è riportato in nessuna delle biografie dei primi trenta-quaranta anni dopo la morte del santo. È un episodio apocrifo conosciuto dopo il 1300.
L’autore afferma che già nel medioevo era chiara la distinzione fra gli avvenimenti realmente accaduti e le favole inventate dai poeti. Ma anche una storia inventata può essere carica di fatti, significati e spunti molto veri. Evidenzia, infatti, come nella Vita di Tommaso da Celano sia riportato un episodio simile seppur ambientato a Greccio, così come proprio in quel periodo fra i comuni c’erano continue lotte che avevano bisogni di pacificazione. E quando c’è di mezzo il potere gli uomini, si sa, possono essere più feroci dei lupi.
Forse come gli avvenimenti più belli, aggiungo io, anche la vita di una persona, con le sue sfaccettature, le sue molteplici relazioni con persone diverse e in tempi diversi, è troppo grande per poter essere raccontata e descritta solo a parole, solo con dati ed episodi certi. E se siamo qui ancora a parlarne dopo ottocento anni, quella di san Francesco dev’essere stata una vita davvero grande e straordinaria.


Don Cesare
Non so perché la redazione mi ha chiesto di stendere due righe sulle olimpiadi, forse perché sanno che seguo lo sport, ed è vero ho seguito le olimpiadi grazie alla RAI, che stavolta si è meritata il canone, grazie alla messa in onda delle immagini di tutte le discipline ed anche alla copertura delle paraolimpiadi, lasciando perdere i commenti.
Ma passando ai commenti ben le ha definite Dario Ricci sul Sole 24 ore dell’8 Marzo: “A trazione femminile” perché il nostro è un medagliere da record (30 medaglie, di cui 10 ori, 6 argenti e 14 bronzi) in cui le donne l’hanno fatta da padrone (delle 30 medaglie 17 portano la loro firma e ben 7 delle 10 d’oro). Inevitabile quindi partire da loro, le signore tra ghiaccio e neve, nel delineare le campionesse finora protagoniste di un’annata ancora in larga parte da vivere.
Se la tigre per antonomasia è Federica Brignone, che piega al suo volere l’Olympia delle Tofane sciando senza rabbia malgrado le ferite ancora vive per lo spaventoso infortunio dell’aprile scorso, la leonessa è Sofia Goggia, che agguanta un bronzo (terza medaglia olimpica consecutiva in discesa libera, come lei nessuno mai) dopo aver sentito risuonare nelle orecchie l’urlo straziante dell’amica e collega Lindsey Vonn. Michela Moioli, poi, a Livigno s’è messa al collo altre due medaglie a cinque cerchi.
Ma a fare la storia è stata Arianna Fontana, portabandiera alla cerimonia d’apertura, che è diventata l’atleta italiana più medagliata di sempre ai Giochi Olimpici. La pattinatrice di short track ha portato il totale di medaglie Olimpiche conquistate in carriera a quota 14, grazie all’oro della staffetta mista e a due argenti (500 metri e staffetta femminile).
Straordinario poi il doppio successo da leggenda di Francesca Lollobrigida, così come Lisa Vittozzi che impallina al poligono dolori fisici e fantasmi dell’anima per inseguire – e catturare – l’oro nel biathlon. E poi c’è l’orgoglio di Dorothea Wierer, che esce di scena dopo una carriera da favola con un argento nella staffetta mista e con due quinti posti. Senza, poi, dimenticare il bronzo storico di Flora Tabanelli nel big air, primo di sempre per un’azzurra, medaglia vinta anche qui con un legamento di un ginocchio lesionato. Corpi che raccontano determinazione, passione, volontà. E viene da sorridere all’idea di quelle bambine che hanno seguito queste campionesse con il naso incollato alla tv o allo smartphone: qualcuna sarà un giorno al loro posto ed è forse questa la più bella eredità olimpica.
Tra gli uomini non dimentichiamo l’argento di Giovanni Franzoni sulla Stelvio di Bormio e i plurimedagliati del pattinaggio su ghiaccio oltre alla doppietta di Simone Deromedis e del clusonese Federico Tomasoni nello ski cross.
Ma, per non essere troppo provinciali, vogliamo ricordare le 6 medaglie d’oro vinte nel fondo dal fuoriclasse norvegese Johannes Klaebo, che da solo ha vinto un terzo delle medaglie d’oro della Norvegia, nazione che ha primeggiato in modo assoluto nel medagliere olimpico.
A proposito di fondo vanno ricordate le medaglie di squadra italiane (2) con la partecipazione del nostro migliore fondista, Federico Pellegrino, che, ricordiamo, saluta così lo sport agonistico, lui che in carriera è stato capace anche di battere il fenomeno Klaebo.
A parte le medaglie va ricordato che le olimpiadi sono state un successo riconosciuto unanimemente da tutti, a partire dalla presidente del CIO (comitato olimpico internazionale) Kirsty Coventry, dagli atleti stessi e dagli operatori turistici.
Ma in coda c’è sempre un po' di veleno! Non vogliamo dimenticare le polemiche che ci sono state prima delle gare a proposito della deforestazione di alcune zone ed alla realizzazione di alcuni impianti (pista da bob a Cortina), che hanno creato dei danni ambientali.
Gli organizzatori hanno promesso che alcune zone saranno oggetto di riforestazione e che la pista di bob sarà utilizzata per gli allenamenti dei nostri atleti, che ora devono andare all’estero per allenarsi. Si spera che le promesse vengano mantenute e che gli alberi vengano reimpiantati e che la pista di Cortina non faccia la fine di quella di Cesana Torinese (olimpiadi 2006 Torino).
P.S. Il presente articolo è stato scritto prima della conclusione delle Paraolimpiadi, ma, prima di andare in stampa, abbiamo potuto assistere al grande successo di pubblico e di stampa delle stesse e come l’Italia si sia fatta onore con un bottino record di medaglie (quarti nella classifica mondiale), compresa quella del pisognese Giuseppe Romele e di Giacomo Bertagnoli (ipovedente trentino di Cavalese) guidato dal darfense Andrea Ravelli che si aggiudica ben 5 medaglie di cui 2 ori.
A tutti loro va il nostro orgoglioso GRAZIE!


Nel mese di febbraio 2026, nell’ambito delle attività gratuite di prevenzione e di promozione della salute, il Consultorio Familiare G. Tovini di Breno ha proposto il percorso intitolato Ragazze in anima e corpo, alla scoperta della vera bellezza femminile alla sua 1° edizione.
Il percorso tenutosi nella sala polifunzionale del Consultorio e rivolto alle ragazze dai 13 ai 15 anni, ha previsto due incontri pomeridiani tenuti da Simona Gregorini, ostetrica e insegnante del metodo naturale Sintotermico Roetzer per la conoscenza della fertilità nonché animatrice del conosciuto Mamma&Figlia. Il corpo racconta… già proposto dal Consultorio in più edizioni.
Questi incontri partono dall’esigenza, spesso inespressa, delle adolescenti di capire e accogliere in modo sereno i cambiamenti fisici, psichici e relazionali che accompagnano il loro trasformarsi in giovani donne.
Le ragazze hanno bisogno di confrontarsi, consigliarsi, esprimersi ma anche di essere guidate, rassicurate e accompagnate in questa fase così potente e fondamentale della crescita.
Il corso si svolge in modalità interattiva attraverso attività manuali, testi, schede, immagini metaforiche, custodite in un quaderno “attivo” che rimane alle partecipanti a ricordo dell’esperienza vissuta.
Gli argomenti trattati riguardano i cambiamenti corporei della pubertà, la fisiologia degli apparati genitali, le potenzialità del ciclo mestruale, la bellezza interiore, lo stare a proprio agio nelle varie situazioni che la vita presenta. Si riflette sui sentimenti, sull'importanza dell’amicizia vera e della collaborazione tra donne, sull'amore vero, partendo sempre dal rispetto di sé e del proprio corpo.
Prima di incontrare le ragazze, si è svolto presso la sede del Consultorio un colloquio con i genitori per comprendere le loro aspettative, accogliere le loro richieste e per illustrare i contenuti e la metodologia utilizzata.
È inoltre prevista una restituzione a posteriori per far in modo che il percorso diventi occasione di dialogo in famiglia.
Per il Consultorio Familiare G. Tovini
Il Direttore Dr.ssa Guglielmina Ducoli
Per avere informazioni in merito alle diverse attività di gruppo proposte dal nostro Consultorio o per la presa in carico individuale o di coppia chiamare allo 0364-327990 (il servizio è aperto anche il sabato mattina) oppure inviare una mail all’indirizzo info@consultovini.it
Associazione Consultorio Familiare
“G. TOVINI” ONLUS
Via Guadalupe, 10 25043 – Breno (Bs)
Ente Accreditato Regione Lombardia

Aurora Zerla di Andrea e Roberta Tignonsini - Ossimo Sup. 15 marzo 2026
Edoardo Volpi di Daniel e Adele Galbardi - Borno 21 marzo 2026
Matteo Romellini di Luca e Marzia Minelli - Borno 22 marzo 2026

Valeria Camossi Laurea magistrale in Giurisprudenza
Micol Rivadossi Laurea in scienze tecnologie alimentari (25 settembre 2025)
Felicitazioni a...
Orsola Gheza e Francesco Arici per il loro 50° di matrimonio

Maria Galimberti 26 set1942 + 5 dic 2025
Angela Doldi ved. Pesenti + 11 mar 1950
27 dic 2025
Fiorino Rivadossi 2 set 1931 + 17 gen 2026
Francesca Avanzini 23 apr 1954 + 11 feb 2026
Pierina Sarna 23 set 1941 + 11 feb 2026
Francesca Chiocchi 14 mag 1926 + 12 feb 2026

Veronica Rigali 15 nov 1930 + 15 feb 2026
Franca + Baisotti (Alzano Lombardo) 9 feb 1952 + 17 feb 2026
Gaetana Ucchino 19 gen 1932 + 11 marzo 2026
Annarosa Bottichio 29 gen 1964 + 16 dic 2025
Pietro Antonio Furloni (Malegno) 3 gen 1940 + 16 gen 2026

Marcello Sgrafetto 20 set 1959 + 30 gen 2026
Andrea Zerla 13 nov 1930 + 12 feb 2026
Benedetta Franzoni 16 ago 1934 + 21 dic 2025
Bortolina Franzoni 6 lug 1927 + 9 gen 2026
Giacomina Zendra 15 gen 1934 + 10 gen 2026
Mario Franzoni 17 ott 1959 + 27 feb 2026

Beato quel servo che non si esalta
per il bene che il Signore
dice e opera per mezzo di lui...
San Francesco
(Ammonizioni)

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